1 - Possiamo conoscere Dio?

Al Calvario, quasi tutti respinsero Gesù. Solo pochi riconobbero chi era realmente; tra questi, uno dei due ladroni lo riconobbe come Re e Signore (Luca. 23: 42), e il soldato romano che disse: "Quest' uomo era davvero Figlio di Dio" (Marco. 15: 39). Scrive l'Apostolo Giovanni: "E' venuto nel mondo che è suo ma i suoi non l'hanno accolto". (Giov 1: 11) Egli si riferiva non solo alla moltitudine incredula raccolta ai piedi della croce, e neppure al solo popolo di Israele, bensì ad ogni generazione che abbia vissuto. Ad eccezione di un pugno di individui, tutta l'umanità, a somiglianza della chiassosa moltitudine riunita sul Calvario, ha rifiutato di riconoscere in Gesù di Nazareth il suo Dio e Salvatore.
Questo fallimento, il più tragico e profondo dell'umanità, dimostra che la conoscenza di Dio che possiedono gli esseri umani è radicalmente insufficiente.
Le molte teorie che cercano di spiegare Dio, ed i numerosi argomenti a favore o contro la sua esistenza, mostrano che la sapienza umana non può comprendere il divino. Dipendere esclusivamente dalla sapienza umana per comprendere Dio, equivale ad usare una lente d'ingrandimento nello stuDio delle costellazioni. Per questo, per molti la sapienza di Dio è una sapienza impenetrabile, e Dio resta un mistero (1 Cor. 2: 7). Scrive l'Apostolo Paolo:"... Nessuna delle potenze che governano questo mondo ha conosciuto questa sapienza. Se l'avessero conosciuta non avrebbero crocifisso il Signore della gloria" (1 Cor. 2: 8). Uno dei comandamenti raccomandato dalla Scrittura è: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, e con tutta la tua anima, e con tutta la tua mente" (Mat. 22: 37); Non possiamo amare qualcuno del quale non sappiamo niente; d'altra parte, non possiamo scoprire le cose profonde di Dio cercandole ognuno per conto proprio (Giobbe 11: 7).
Dunque, come possiamo conoscere ed amare il Creatore? Dio conosce il dilemma che affrontano gli esseri umani; per questo motivo nel suo grande amore e compassione, ha parlato a noi per mezzo della Bibbia. Nelle sue pagine ci rivela che il cristianesimo non è il prodotto della conoscenza che gli uomini hanno di Dio; ma la rivelazione che Dio fa di se stesso e dei suoi propositi verso l'uomo. Questa rivelazione è data per colmare l'abisso esistente tra questo mondo ribelle ed il nostro Dio d'amore. La maggiore manifestazione dell'amore di Dio è giunta all'uomo per mezzo della sua suprema rivelazione, cioè di Gesù Cristo, suo Figlio. Per mezzo suo possiamo conoscere il Padre. Come dichiara Giovanni: "Sappiamo che il Figlio di Dio è venuto e ci ha insegnato a conoscere il vero Dio" (1 Giov 5: 20). Queste sono buone notizie! Sebbene è impossibile conoscere completamente Dio, le Sacre Scritture ci permettono di ottenere un conoscenza pratica sufficiente per permetterci di entrare in una relazione salvifica con Dio.

A differenza di altri metodi di investigazione, la conoscenza di Dio a che vedere col cuore e con la mente. Abbraccia tutto l'essere, non solo l'intelletto. Inoltre è necessario aprirsi all'influsso dello Spirito Santo, ed essere disposti a compiere la volontà di Dio (Giov 7: 17). Gesù disse: "Beati i puri di cuore perché essi vedranno Dio" (Mat. 5: 8). È chiaro dunque che gli increduli non possono comprendere Dio. Paolo esclamò: "Gli uomini con tutto il loro sapere, non sono stati capaci di conoscere Dio e la sua sapienza. Perciò Dio ha deciso di salvare quelli che credono mediante questo annunzio di salvezza che sembra pazzia" (1 Cor. 1: 21). La maniera in cui impariamo a conoscere Dio per mezzo della Bibbia, differisce da tutti gli altri metodi di ricerca. Non possiamo elevarci al di sopra di Dio e trattarlo come un oggetto che deve essere analizzato e quantificato. Nel nostro tentativo di conoscere Dio, dobbiamo sottometterci all'autorità della sua rivelazione: la Bibbia. La Bibbia è l'interprete di se stessa; dobbiamo sottometterci ai principi e metodi ricerca che essa prevede. Solo rispettando questa regola biblica noi possiamo conoscere Dio.

Torna all'indice



2 - Esiste solo un Dio?

Esiste solo un Dio? Che succede con Cristo, e con lo Spirito Santo? In contrasto con i pagani delle nazioni circostanti, il popolo d'Israele credeva nell'esistenza di un solo Dio (Deut. 4: 35; 6: 4; Isa. 45: 5; Zac. 14: 9). Il Nuovo Testamento colloca la stessa enfasi nell'unità di Dio (Marco 12: 29-32; Giov 17: 3; 1 Cor. 8: 4-6; Efe. 4: 4-6; 1 Tim. 2: 5). Questa enfasi monoteistica non contraddice il concetto cristiano del Dio trino o Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo; La pluralità dentro la Divinità non indica che esiste un pantheon di diverse divinità. Sebbene l'Antico Testamento non insegna esplicitamente che Dio è trino, non è meno certo che si riferisce ad una pluralità dentro la Divinità. In certi occasioni Dio usa plurali, tali come: Facciamo l'uomo a nostra immagine (Gen. 1: 26); Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi (Gen. 3: 22); Scendiamo dunque, e confondiamo il loro linguaggio (Gen. 11: 7). A volte, l'espressione Angelo della Signore si identifica con Dio. Quando apparve a Mosè, l'Angelo del Signore disse: Io sono il Dio di tuo padre, Dio di Abrahamo, Dio di Isacco, e Dio di Giacobbe (Esodo 3: 6).
In diversi riferimenti si fa una distinzione tra Dio ed il suo Spirito. Nel racconto della creazione, lo Spirito di Dio si muoveva sulla superficie delle acque (Gen. 1: 2). Alcuni testi oltre allo Spirito, includono anche una terza Persona: "Ora è Dio, il Signore(il Padre) che mi manda (parla il Figlio) e mi dà il suo Spirito (lo Spirito Santo)" (Isa. 48: 16). Cristo ha fornito una spiegazione chiara della relazione che esiste tra le Persone della Divinità.
Il Vangelo di Giovanni rivela che la Divinità consiste in Dio il Padre (cap. 3), Dio il Figlio (cap. 4), e Dio lo Spirito Santo (cap. 5); un'unità di tre Persone coeterne, unite in una relazione misteriosa e specialissima. Una relazione di amore. Quando Cristo esclamò: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Marco. 15: 34), espresse la sofferenza prodotta dalla separazione da suo Padre a motivo del peccato dell'umanità, di cui si era fatto carico. L'Essere che non conobbe peccato, diventò peccato per noi. Prendendo il nostro posto, sperimentò la separazione da Dio e la punizione per il peccato che era su di noi. Noi non comprenderemo mai quello che significò per la Divinità la morte di Gesù. Dall'eternità il Figlio è stato con il Padre e con lo Spirito. Ha condiviso una vita coeterna, coesistente, in assoluta abnegazione e amore reciproco. Dio è amore (1 Giov 4: 8) significa che ogni membro della divinità vive in questo modo una relazione di perfetta gioia e felicità.
La benedizione apostolica include le tre persone della Divinità. La grazia del Signor Gesù Cristo, l'amore di Dio, e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi (2 Cor. 13: 14). Il punto di unione tra Dio e l'umanità fu ed è sempre attraverso Gesù Cristo, il Dio che si fece uomo. Sebbene i tre membri della Divinità operano in perfetta sintonia per la salvezza dell'uomo, solo il Figlio di Dio assunse la natura umana, visse come uomo e morì sulla croce divenendo il nostro Salvatore, (Giov 6: 47; Mat. 1: 21; Ebrei. 4: 12). Nelle loro funzioni, i differenti membri della Divinità svolgono compiti diversi per la salvezza dell'uomo, ma tutti ugualmente indispensabili e complementari. L'opera dello Spirito non aggiunge nulla alla qualità del sacrificio di Gesù Cristo sulla croce. Per mezzo dello Spirito, e della sua opera nel cuore del credente, i meriti del sacrificio di Cristo sono attribuiti per fede a colui che crede.

Torna all'indice



3 - Perché Dio non ha distrutto l'autore del male?

Prima che il male facesse la sua apparizione, nell'universo regnavano la pace e la gioia. Tutto era in perfetta armonia con la volontà del Creatore. L'amore per Dio era supremo, e l’amore reciproco imparziale. Cristo, la Parola, l'Unigenito di Dio, era uno con il Padre eterno: uno in natura, in carattere, in propositi. Egli era l'unico essere nell'intero universo che potesse partecipare a tutti i consigli e a tutti i progetti di Dio. Fu per mezzo suo che il Padre creò gli esseri celesti. "In lui sono state create tutte le cose, che sono nei cieli... siano troni, siano signorie, siano principati, siano potestà" Colossesi 1: 16. Tutto il cielo ubbidiva sia a Cristo che al Padre.
Essendo la legge dell'amore il fondamento del governo di Dio, la felicità di tutti gli esseri creati dipendeva dal loro perfetto accordo con i grandi principi di questa legge. Dio chiede a tutte le sue creature un servizio dettato dall'amore, e desidera un omaggio che deriva da un intelligente apprezzamento del suo carattere. Egli non si compiace di un'ubbidienza forzata, e accorda a tutti un libero arbitrio affinché possano servirlo volontariamente.

Ma Lucifero (che significa portatore di luce) decise di sovvertire questa libertà. Il peccato ebbe origine proprio in colui che dopo Cristo era stato maggiormente onorato da Dio e che era il più potente e il più glorioso di tutti gli abitanti del cielo. Prima della sua caduta, Lucifero era il primo dei cherubini protettori, santo e immacolato. "Così parla il Signore, l'Eterno: Tu mettevi il suggello alla perfezione, eri pieno di saviezza, di una bellezza perfetta; eri in Eden, il giardino di Dio; eri coperto d'ogni sorta di pietre preziose... Eri un cherubino dalle ali distese, un protettore. Io t'avevo stabilito, tu stavi sul monte santo di Dio, camminavi in mezzo a pietre di fuoco. Tu fosti perfetto nelle tue vie dal giorno che fosti creato, perché (Diodati traduce "finché") non si trovò in te la perversità " Ezechiele 28: 12-15.

Lucifero avrebbe potuto conservare il favore di Dio, essere amato e onorato dalle schiere angeliche e adoperare le sue nobili facoltà per il bene degli altri alla gloria del suo Creatore. Ma, dice il profeta: "Il tuo cuore s'è fatto altero per la tua bellezza; tu hai corrotto la tua saviezza a motivo del tuo splendore" versetto 17. A poco a poco Lucifero cedette al desiderio dell'auto esaltazione: "Tu ti sei fatto un cuore come un cuore di Dio" versetto 6. "Tu dicevi in cuor tuo: "Io... eleverò il mio trono al disopra delle stelle di Dio; io m'assiderò sul monte dell'assemblea... salirò sulle sommità delle nubi, sarò simile all'Altissimo" Isaia 14: 13, 14.

Dio stesso aveva stabilito l'ordine del cielo; allontanandosi da esso, Lucifero disonorava il suo Creatore e provocava la propria rovina. Gli alti onori ricevuti non furono da lui apprezzati come un dono di Dio, e non gli ispirarono alcun sentimento di gratitudine nei confronti del Creatore. Fiero del proprio splendore e della propria esaltazione, volle essere uguale a Dio.

Dio, nella sua infinita misericordia, sopportò a lungo Lucifero e non lo destituì dalla sua alta posizione alle prime manifestazioni di opposizione, e neppure quando cominciò a esporre agli angeli le sue pretese peccaminose.
Il ribelle impiegò tutte le facoltà della sua intelligenza per conquistare la simpatia degli angeli, renderli perplessi con sottili e false argomentazioni, e unendoli a se nella ribellione contro l'autorità celeste.
Dio, nella sua saggezza, permise all'angelo ribelle di continuare la sua opera fino a che lo spirito di scontentezza non sfociò in attiva rivolta. Era necessario che il piano del ribelle avesse un pieno sviluppo e che fossero note a tutti la sua vera natura e la sua reale tendenza. Lucifero, in qualità di cherubino, era stato particolarmente innalzato; era molto amato dagli esseri celesti e notevole era il suo influsso su loro. Poiché il governo di Dio includeva non solo gli abitanti del cielo, ma anche quelli di tutti i mondi da lui creati, Lucifero pensò che se fosse riuscito a trascinare gli angeli del cielo nella sua rivolta, avrebbe potuto aggiungere gli altri mondi al suo impero. La sua potenza di seduzione era grande e, simulando un altruistico interesse per il bene delle creature del cielo, era riuscito -parzialmente- nei suoi intenti. Perfino gli angeli rimasti fedeli a Dio non riuscivano a discernere appieno i propositi del suo carattere o a vedere dove avrebbe condotto la rivolta.

Anche quando fu deciso che Satana non poteva più rimanere in cielo, Dio non lo distrusse. Poiché il Creatore accetta solo il servizio dettato dall'amore, l'ubbidienza delle sue creature deve basarsi sulla convinzione della sua giustizia e della sua benevolenza. Se Satana fosse stato distrutto, gli abitanti del cielo e quelli degli altri mondi, non essendo preparati a comprendere le conseguenze del peccato e della ribellione, non avrebbero potuto discernere la giustizia e la misericordia di Dio.

Se egli fosse stato immediatamente cancellato dall'esistenza, le creature celesti avrebbero servito Dio per timore e non più per amore. Una prova di forza non avrebbe dimostrato chi era il migliore, ma solo chi era il più forte! L'influsso del seduttore non sarebbe stato del tutto distrutto e lo spirito di ribellione non sarebbe stato totalmente sradicato. Il male doveva maturare. Per il bene dell'universo intero, Lucifero doveva avere l'opportunità di sviluppare in pieno i suoi propositi affinché tutti gli esseri creati potessero conoscere, nella loro vera luce, i suoi propositi contro il governo di Dio.

La ribellione di Satana mostra i terribili risultati del peccato e della disubbidienza alle leggi dell’amore stabilite da Dio. Il benessere di ogni creatura è legato al governo di Dio e al rispetto della sua legge. La storia della ribellione di Lucifero e dei suoi seguaci ci pone in guardia e ci protegge contro l'inganno del peccato, impedendoci di commettere ogni sorta di trasgressione e di subirne le conseguenze.

Nel conflitto fra Cristo e Satana, durante il ministero terreno del Salvatore, il vero carattere del grande seduttore fu smascherato. Il suo crudele comportamento nei confronti del Redentore del mondo, l'audacia blasfema della sua richiesta con cui osò chiedere che Cristo gli tributasse omaggio; il suo presuntuoso ardire nel portarlo sulla cima del monte e sul pinnacolo del tempio, il malvagio intento tradito dal suo invito a gettarsi giù da quella grande altezza; la cattiveria incessante con la quale egli tormentava il Redentore inseguendolo da una località all'altra, incitando i cuori dei sacerdoti e del popolo a respingere il suo amore e alla fine a gridare: "Crocifiggilo! Crocifiggilo! ", tutto ciò suscitò lo stupore e l'indignazione dell'universo intero.

Consumato il grande sacrificio, Cristo salì al cielo, ma non accettò l'adorazione degli angeli finché non ebbe espresso la richiesta, "Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu m'hai dati" Giovanni 17:24. Con potenza e amore infiniti giunse la risposta dal trono del Padre: "Tutti gli angeli di Dio l'adorino!" Ebrei 1:6. Gesù era senza macchia; la sua umiliazione era finita, il suo sacrificio era stato consumato ed egli ricevette un nome nuovo che è al di sopra di ogni altro.
La colpa di Satana è senza scusa. Egli ha rivelato il suo vero volto di mendace e omicida. Sì comprende che, se gli fosse stato consentito di dominare sugli abitanti celesti, egli avrebbe introdotto nel cielo lo stesso spirito che ha manifestato sugli abitanti della terra. Egli avrebbe provocato solo servitù e abbrutimento. Le false accuse contro il carattere e il governo di Dio sono svelate nella loro vera luce.

Ma non fu solo per redimere l'uomo che Cristo venne sulla terra a soffrire e a morire. Se Egli venne per "rendere la legge grande e magnifica", non lo fece soltanto per gli abitanti di questa terra, ma anche per dimostrare a tutti i mondi dell'universo che la legge di Dio è immutabile. Se le esigenze della legge dell’amore si sarebbero potuto eliminare, per il Figlio di Dio non sarebbe stato necessario deporre la sua vita.

Il piano della redenzione dei peccatori rivela a tutto l'universo che la giustizia e la misericordia sono alla base della legge e del governo di Dio.

Nell'esecuzione finale del giudizio, quando il Giudice di tutta la terra chiederà a Satana di rendere conto della sua ribellione e della rovina di coloro che l'avranno seguito, l'autore del male non potrà accampare nessuna scusa. Ogni bocca rimarrà chiusa e le schiere ribelli saranno senza parole.

La croce del Calvario mentre dichiara l'immutabilità della legge, proclama all'universo che il salario del peccato è la morte. Il grido del Salvatore morente: "È compiuto!", fu il rintocco funebre per Satana. Il gran conflitto che andava avanti da secoli fu allora deciso e venne assicurata l'estirpazione finale del male. Il Figliuolo di Dio varcò la porta del soggiorno dei morti "affinché, mediante la morte, distruggesse colui che aveva l'impero della morte, cioè il diavolo" Ebrei 2: 14. La brama di auto esaltazione aveva spinto Lucifero a dire: "Io... eleverò il mio trono al disopra delle stelle di Dio... sarò simile all'Altissimo" Isaia 14: 13, 14. Dio aveva risposto: "E ti riduco in cenere sulla terra... e non esisterai mai più" Ezechiele 28: 18, 19. Quando il giorno verrà, "ardente come una fornace; e tutti i superbi e chiunque opera empiamente saranno come stoppia; e il giorno che viene li divamperà, dice l'Eterno degli eserciti, e non lascerà loro né radice né ramo" Malachia 4: 1

L'intero universo sarà stato testimone della natura e delle conseguenze del peccato. La totale eliminazione del male, che avrebbe intimorito gli angeli e disonorato Dio se fosse avvenuta al principio, rivela l'amore dell'Eterno a tutte le creature che nel cielo e sulla terra si compiacciono nel fare la volontà di Dio, e hanno nel cuore la sua legge. Una creazione provata e rimasta fedele non potrà mai più disubbidire a Colui che si è manifestato in pieno, rivelando il suo amore e la sua infinita saggezza.

Torna all'indice



4 - Che fine ha fatto la Legge dei dieci comandamenti?

Spesso sentiamo dire che nel Nuovo Patto la legge dei dieci comandamenti è stata abolita e coloro che sostengono questa idea citano testi della Bibbia che ritengono dimostrino questa tesi. Ma la logica di questo ragionamento è infondata quanto la teologia che la propone.

Scrive l’Apostolo Giovanni nell’anno 100 circa:”Se uno dice:”Io conosco Dio”, ma non osserva i suoi comandamenti, è un bugiardo: la verità non è in lui”. (I Giov 2:4) “I suoi comandamenti” a cui Giovanni si riferisce sono i dieci comandamenti dati da Dio a Mosè, così come si legge in Esodo 20. Da non confondere con il “comandamento nuovo” dato da Gesù: “Io vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Amatevi come io vi ho amato! Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri” Giovanni 13:34

Nella primavera dell’anno 57, L’Apostolo Paolo afferma:”La legge serve soltanto a far conoscere ciò che è male” Romani 3:20 La legge a cui si riferisce Paolo è quella dei dieci comandamenti, detta anche legge morale.

Qualche secolo fa, lo scrittore irlandese Jonathan Swift scrisse: «Ma può un uomo qualsiasi dire che se i verbi "ubriacarsi, ingannare, mentire, rubare" fossero esclusi mediante un Atto del Parlamento dalla lingua e dai dizionari inglesi, il mattino dopo ci sveglieremmo tutti più equilibrati, onesti e retti, e amanti della verità? Sarebbe una corretta conseguenza?» -

Se la legge di Dio è stata abolita, perché consideriamo ancora un errore la menzogna, il furto e l'omiciDio? Evidentemente perché queste azioni non sono tollerate in una società civile. Nessuno si sognerebbe di farlo per il solofatto che è stata abolita la legge di Dio!

Nel Nuovo Testamento compaiono sia la Legge sia il Vangelo. La prima ci mostra che cosa è male, quindi che cosa sia il peccato, il secondo ci indica il conseguente rimeDio, vale a dire il perdono che Cristo ci offre. Se non ci fosse la legge non esisterebbe nemmeno la trasgressione e quindi neppure la condanna. E dunque da che cosa dovremmo essere perdonati e salvati? Inoltre non si spiegherebbe a cosa serve l’intervento di Cristo nella storia umana? Solo nel contesto della legge e della sua validità permanente, il Vangelo ha un senso.

A volte, sentiamo anche dire che la croce ha abolito la legge dei dieci comandamenti; è un'affermazione piuttosto singolare, perché la croce dimostra che la legge non poteva essere abrogata o cambiata.

La morte espiatoria di Cristo mostra che il ruolo della legge è sempre valido e necessario per indicare all’umanità ciò che è male agli occhi di Dio. La lieta notizia del Vangelo è che Dio ha provveduto una soluzione al problema del peccato non eliminando la legge, ma donandoci un Salvatore. Il suo provvedimento non è stato quello di un Dio burocrate, ma di un Dio d'amore che non si rassegna a perdere l'uomo. Anche se la violazione dei precetti divini attirano sul trasgressore la punizione, grazie al sacrificio di Cristo il peccatore pentito viene perdonato e riconciliato con Dio per mezzo della fede.
“…Dio per mezzo della morte di Cristo ci ha messi nella giusta relazione con sé; a maggior ragione ci salverà dal castigo, per mezzo di lui. ”. Romani 5:9

Torna all'indice



5 - L'ispirazione delle Sacre Scritture.

L'apostolo Paolo afferma: "Tutta la Scrittura è ispirata da Dio" (2 Timoteo 3:16.).
Il theopneustos parola greca, tradotta come "ispirazione" letteralmente significa "Dio ha incoraggiato". "Dio soffiò" la parola nella mente degli uomini. Pertanto, l'ispirazione è il processo mediante il quale Dio comunica la sua parola agli uomini.
Scrive Pietro: “Sappiate prima di tutto questo: che nessuna Profezia della Scrittura proviene da un'interpretazione personale; infatti nessuna Profezia venne mai dalla volontà dell'uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo” (2 Pietro 1:20-21).
Questa intuizione ricevuta è stata incorporata nel linguaggio umano con tutti i suoi limiti e imperfezioni; tuttavia, è rimasta come la testimonianza di Dio. Dio ha ispirato gli uomini, non le parole.

I profeti non agivano passivamente come i registratori che ripetono ciò che è stato registrato. A volte gli scrittori vengono inviati ad esprimere le esatte parole di Dio, ma nella maggior parte dei casi, Dio li ha istruiti a descrivere ciò che avevano visto e udito. In questi ultimi casi, gli scrittori utilizzavano il proprio stile e le parole del loro linguaggio. In questo modo, l'ispirazione non annulla l’individualità e la personalità del profeta.
Va detto inoltre che la Bibbia non è il modo di pensare e di esprimersi di Dio. Essa riflette il modo di pensare e di esprimersi dell'umanità; è questo il motivo per cui talvolta incontriamo espressioni che possono sorprendere. La Bibbia contiene la verità divina, espressa in linguaggio umano.
Come Gesù era Dio e uomo insieme, così la Bibbia rappresenta l’unione del divino con l’umano. Questa combinazione rende la Bibbia unica tra tutta la letteratura.

Scopo della Bibbia è rivelare il piano di Dio nella sua interazione dinamica con la razza umana, non un insieme di dottrine astratte. La sua auto-rivelazione deriva da eventi reali che si sono verificati in luoghi e tempi definiti. Essi sono estremamente importanti perché costituiscono un quadro che ci consente di capire il carattere di Dio e il Suo scopo per noi. Una comprensione accurata conduce alla vita eterna, ma un equivoco porta alla confusione e alla morte.
Dio ordinò ai suoi profeti di scrivere la storia dei suoi rapporti con il popolo d'Israele senza omettere nulla di spiacevole. Questi resoconti storici, scritti da un diverso punto di vista della storia secolare, costituiscono una parte importante della Bibbia. Forniscono una visione accurata e obiettiva della storia da una prospettiva divina. Lo Spirito Santo ha donato delle informazioni speciali agli autori della Bibbia, affinché essi potessero presentare un quadro realistico della controversia tra il bene e il male e di conseguenza, mettere in evidenza il carattere di Dio affinché le persone potessero trovare la loro salvezza. “Poiché tutto ciò che fu scritto nel passato, fu scritto per nostra istruzione, affinché mediante la pazienza e la consolazione che ci provengono dalle Scritture, conserviamo la speranza. Romani 15:4
Gli scritti della Bibbia sono considerati documenti storici attendibili, non contengono miti o simboli. Molti scettici contemporanei rifiutano le storie di Adamo ed Eva, Giona, il Diluvio e altri. Nondimeno Gesù ha accettato l'accuratezza storica e il significato spirituale di questi episodi.
La Bibbia non insegna che ci sono gradi di ispirazione, o ispirazione parziale. Queste teorie sono speculazioni umane che tolgono alla Bibbia la sua autorità divina.

Le Scritture hanno autorità divina, perché in esse Dio parla per mezzo dello Spirito Santo. Pertanto, la Bibbia è la Parola di Dio scritta.
Gli scrittori della Bibbia testimoniano che i loro messaggi provenivano direttamente da Dio. Geremia, Ezechiele, Osea e altri lo dichiarono apertamente (Ger 1:1,2,9; Eze 1:3, Os 1:1) Matteo cita l'autorità del Vecchio Testamento: "Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta" (Mt 1:22). Egli vede il Signore come agente e il profeta come strumento.

In più occasioni Gesù ha sottolineato l'autorità della Scrittura. Quando Satana lo tentò e quando affrontava i suoi avversari, le parole “sta scritto” sono state la sua difesa. (Matteo 4:4,7,10, Luca 20:17).
Cristo ha messo la Bibbia al di sopra delle tradizioni umane e delle opinioni dei capi spirituali. Ammoniva gli ebrei a non disprezzare l'autorità della Scrittura (Marco 7:7-9), e ha esortato a uno stuDio più attento, dicendo: "avete letto nella scrittura.." (Matteo 21:42, Marco 12:10, 26).
Gesù credeva nell’autorità delle Scritture: "Esse testimoniano di me". "Perché se credeste a Mosè, voi credereste anche a me perché lui ha scritto di me" (Giovanni 5:39,46). Cristo ha accettato senza riserve la Scrittura come volontà di Dio per l'umanità. Egli la considerava come un corpo di verità, una rivelazione oggettiva, concessa per sollevare l'umanità dalle tenebre della tradizione e dai miti della salvezza, la vera luce della conoscenza.

Con l'aiuto dello Spirito Santo, siamo in grado di comprendere questa luce, “le cose di Dio”(1 Cor. 2:10), e di accogliere l'autorità che appartiene alla Bibbia come rivelazione di Dio e della sua volontà.
Le contraddizioni che talvolta sono trovate tra la Scrittura e la scienza si rivelano spesso il frutto di speculazioni umane, di teorie fantasiose che non hanno nessuna base scientifica. Il nostro mondo contiene molti misteri irrisolti di cui non è possibile venirne a capo per la semplice ragione che non abbiamo la conoscenza di tutto. E’doveroso tenere presente che la nostra comprensione del creato è limitata anche alle menti più colte; e che tentare di giudicare la Parola di Dio con gli standard umani è come se volessimo misurare la distanza delle stelle con una canna. Per questo motivo la Bibbia non dovrebbe essere soggetta a standard umani. Piuttosto, invece di giudicare la Bibbia, ricordiamo che tutti saremo giudicati da essa, perché agli occhi della saggezza divina, essa è lo standard del carattere e la verifica di tutte le esperienze e pensiero umani.

Torna all'indice



6 - Perché Enoc ed Elia non sono morti?

Enoc è il sesto nella posterità di Adamo, di lui la Scrittura attesta che ”…camminò con Dio; poi scomparve, perché Dio lo prese.” Genesi 5:24 In questo versetto è indicata la ragione dell’esenzione dalla morte. Dobbiamo tenere presente che l’espressione “camminò con Dio” non era comune al tempo degli anti-diluviani. L’assunzione fisica di Enoc in cielo fu un segno, durante il lungo periodo in cui gli abitanti della terra si trovavano sotto la maledizione di Dio inflitta al genere umano, per effetto del peccato di Adamo ed Eva, che la riconciliazione con Dio include infine la vittoria sulla morte. “Vi era il pericolo che quella generazione di uomini si facesse prendere dallo scoraggiamento per i terribili risultati del peccato di Adamo. L’esempio di Enoc, dava loro una speranza perché, anche se attraverso Adamo era subentrata la morte, attraverso il Redentore promesso gli uomini avrebbero goduto della vita eterna.
Enoc è citato come esempio di vita pratica che piace a Dio anche nell’epistola agli Ebrei, dove si legge: “Per fede, Enoc fu preso da Dio senza aver conosciuto la morte..Prima di dire che fu portato via, la Bibbia dice di Enoc era vissuto come piace a Dio. Ma nessuno Può essere gradito a Dio se non ha la fede. Infatti chi si avvicina a Dio deve credere che Dio esiste e ricompensa quelli che lo cercano” Ebrei 11:5-6 La sua traslazione in cielo prima del diluvio rappresenta la salvezza che Cristo porterà ai redenti al suo ritorno, prima che la terra sia distrutta col fuoco! Così la testimonianza di Enoc ha costituito per quella generazione in particolare, ma costituisce anche per noi, una testimonianza notevole in favore della vita eterna che Dio desidera donare a quelli che credono in lui e vivono “come piace a Dio”.

Elia è considerato uno dei più grandi profeti del periodo antico. Di particolare rilievo fu il suo intervento presso il re Achab, nel periodo di siccità a causa della idolatria dominante in quel tempo. Il profeta si presentò al re e propose una sfida ai sacerdoti di Baal, perché fosse pubblicamente riconosciuto il vero Dio che si doveva adorare. La prova ebbe luogo sull’altura del Carmelo e fu favorevole ad Elia. Il carattere di Elia è figura dei veri adoratori che Dio gradisce. Il profeta fu fedele a Dio dal principio alla fine della sua missione, quale difensore del culto legittimo contro l’idolatria. Di lui si disse che sarebbe ritornato prima del giorno del Signore (Malachia 4:5).
La traslazione di Elia su un carro di fuoco rappresenta i credenti dell’ultima ora che dovranno denunciare i peccati di Babilonia senza preoccuparsi delle conseguenze che possono derivare dal trasmettere alla gente le parole dette da Dio. Come Elia passò attraverso la prova e fu sottratto all’ira dei nemici perché Dio lo prese con se, così il popolo di Dio fedele sarà preservato e sottratto all’ira dei peccatori.

Torna all'indice



7 - Satana che uso fa delle Scritture?

La risposta non è scontata ed è molto seria. Satana non è un personaggio comune, non si presenta come viene raffigurato nella tradizione popolare, con le corna, la coda e il forcone …. Egli è un distinto signore, con una mente acuta e una intelligenza che supera quella di ogni creatura, sebbene abbia inclinazioni infernali.
Nel corso dei millenni ha sviluppato doti non comuni e basandosi sui dati forniti dall’osservazione delle debolezze e inclinazioni umane, detiene una conoscenza speciale dell’animo umano, di cui se ne serve per trarre in inganno e causare la rovina dell’uomo. Naturalmente ha seguito con vivo interesse la formazione delle Sacre Scritture, di cui ha perfetta conoscenza letteraria e profetica e se ne serve per trarre in inganno con i suoi sofismi. Va ricordato come egli tentò Cristo per ben tre volte citando passi della scrittura «Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto:"Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo, ed essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti con il piede contro una pietra"». In questa circostanza il tentatore usa la Scrittura per suggerire un comportamento peccaminoso. Provocare un gesto di superbia, ma Dio non è al servizio degli orgogliosi! Gesù gli rispose: «È altresì scritto: "Non tentare il Signore Dio tuo"» Matteo 4:5-7
La sua specialità è mescolare la verità con il falso quel tanto che basta per far apparire la menzogna credibile, il che fa di lui il campione della falsità. Gesù lo apostrofò dicendo: “Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c'è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna.” Giovanni 8:44

Il suo capolavoro è aver creato un sistema filosofico-religioso che nega l’esistenza di Dio creatore.
Il che significa derubare l’uomo della vita eterna. Questo suo proponimento è prioritario e si dedica ad esso con tutta l’abilità di un professionista del crimine. Nell’Apocalisse al capitolo 12 lo vediamo suscitare dietro la donna (che rappresenta il popolo di Dio fedele), una fiumana di acqua (simbolo di popoli e idee diverse) con l’intento di neutralizzare la sua testimonianza disperdendola tra mille idee religiose e filosofiche contraddittorie. Agisce all’ombra di un potere politico-religioso che propone una religione che risponde solo all’esigenza di chi desidera trovare un modo per non preoccuparsi della verità e della giustizia di Dio, ma che appaia come un mezzo per onorarlo! L’Apostolo Paolo mette in guardia dai suoi inganni, affermando: “il nostro combattimento non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti.” Efesini 6:12 Solo lo stuDio della Parola di Dio, fatto con umiltà e spirito di preghiera ci dà luce divina sufficiente per svelare l’inganno che viene spacciato come verità divina.

Torna all'indice



8 - Adorazione di Maria: intermediaria o strumento di controllo?

Chieseindiretta da RaDio Svizzera Internazionale



9 - Idolatria nella storia e nella chiesa

La presenza di elementi del culto pagano nella dottrina cristiana costituisce un retaggio di tradizioni e pratiche del paganesimo che si è introdotto nella chiesa con lo sviluppo dell’apostasia. Il più grave di questi è l’adorazione delle statue, delle immagini di santi, crocifissi, madonne e angeli che hanno sostituito gli idoli delle nazioni pagane.

Caratteristica del paganesimo è l’impossibilità di concepire un religione senza immagine della divinità. Così il mondo pagano affollava di idoli, amuleti di ogni sorta che venivano indossati in omaggio agli dei. Quando i pagani si convertivano al cristianesimo iniziarono a trasportare nelle chiese elementi del culto pagano. In quelle chiese dove contrariamente alla proibizione divina si ritenne che le immagini fossero utili per la crescita della fede si sviluppo l’idolatria. Invece di essere la chiesa a vincere le tendenze del mondo pagano, era il paganesimo che trionfava nella chiesa.

Come si legge nei dieci comandamenti, il secondo afferma il divieto assoluto di farsi delle immagini e di prestare ad esse un culto di adorazione. La ragione del divieto è che la creatura non può essere posta allo stesso livello del Dio Creatore da cui procede la vita e l’esistenza di ogni cosa. Prostrarsi in adorazione davanti a una statua o una qualsiasi rappresentazione significa ammettere che qualsiasi cosa essa rappresenta possa riceverlo! Vale a dire che gli si attribuisce la facoltà di essere presente in ogni luogo e in ogni tempo, che è la caratteristica di Dio. Questa è idolatria! La storia del popolo ebraico riporta situazioni drammatiche in cui l’adorazione di Dio è stata condivisa con quella degli dei del mondo pagano. L’esito di questi tentativi ingloriosi ci documenta sulla necessità di attenersi scrupolosamente al divieto espresso nel secondo comandamento: “Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il SIGNORE, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.” Esodo 20:4 Per essere un comando semplice è il più lungo del decalogo, segno evidente che distingue l’importanza.

Nelle chiese cristiane dei primi secoli non vi erano statue né pitture. Il culto veniva reso spiritualmente secondo le indicazioni del comandamento e di Cristo: “Ma l'ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. Dio è Spirito; e quelli che l'adorano, bisogna che l'adorino in spirito e verità». Giovanni 4:23-24
Tra le testimonianze dei primi padri della chiesa troviamo quella confortante di Epifanio Di Salamina (315-403), di cui è nota la sua avversione al culto delle immagini e al loro uso nelle chiese: “Io trovai un velo sospeso alla porta della chiesa, il quale era colorato e dipinto, avente l’immagine di Cristo, o di qualche altro santo, perché io non ricordo bene quale immagine fosse. Io dunque avendo veduto che nella chiesa di Cristo, contro l’autorità delle Scritture l’immagine di un uomo era sospesa, lacerai quel velo”. Tratto dalla Lettera a Giovanni di Gerusalemme. Epifanio fu senza dubbio un vescovo modello nella cura del gregge affidategli. Il culto va reso spiritualmente a Dio, spiritualmente presente in ogni luogo e sempre. Chi si inchina in adorazione di statue e immagini, suscita la gelosia di Dio. “Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il SIGNORE, il tuo Dio, sono un Dio geloso..”Esodo 20:5

A questo punto è bene consultare la storia per vedere come e quando il culto delle immagini si è introdotto nella chiesa.
“..fratelli, non voglio che siate nell'ignoranza. Voi sapete che quando eravate pagani eravate trascinati dietro agli idoli muti secondo come vi si conduceva.” 1 Corinzi 12:1
“..vi siete convertiti dagl'idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero”. 1Tessalonicesi 1:9

La chiesa cristiana delle origini nutriva una profonda attenzione affinché elementi del culto pagano non penetrassero nella chiesa. Numerose testimonianze nelle lettere apostoliche documentano con quale cura venivano esortati e lodati coloro che provenivano dal paganesimo: “Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che non è per voi; infatti che rapporto c'è tra la giustizia e l'iniquità? O quale comunione tra la luce e le tenebre? E quale accordo fra Cristo e Beliar? O quale relazione c'è tra il fedele e l'infedele? E che armonia c'è fra il tempio di Dio e gli idoli? “ 2 Corinzi 6:14

Gli idoli indicavano le false divinità che affollavano il mondo antico. Purtroppo nella misura in cui in alcune chiese venne meno la vigilanza sulla fede, il paganesimo penetrò con i suoi riti e le sue abitudini. Presto la chiesa si trovò dinanzi a un bivio: mantenere nella chiesa le consuetudine del mondo pagano o ritornare alla purezza della fede? In questo contesto la storia ricorda che si sviluppo un intenso conflitto non privo di lotte e di infamanti delitti tra coloro che vollero conservare gli idoli e furono chiamati iconolatri e quelli che invece li rifiutavano e vennero chiamati iconoclasti..

Di fronte al crescente culto idolatrico che andava affermandosi nelle chiese, il Concilio di Elvira che si tenne in Spagna nel 313, affermò categoricamente: “Non vi debbono essere pitture nelle chiese, affinché non si dipinga nelle pareti ciò che si venera e si adora”.
Il Concilio di Laodicea nel 364, riunì circa 30 chierici dell'Asia Minore. Le conclusioni a cui pervenne fu di ritenere che l’invocazione di angeli è idolatria.

Ma nonostante il divieto del secondo comandamento e le posizioni intransigenti dei concili, gli idoli furono ritirati, e al posto di essi si misero le statue dei martiri cristiani. Le feste pagane dedicate al sole, alla terra, alla fertilità e a quanto ancora occupava l’universo del paganesimo cambiarono nome, furono ammantati di cristianesimo e rimasero nella chiesa.

Sereno, Vescovo di Marsiglia nel 600 circa, per contrastare l’incipiente invasione delle statue e delle immagini che venivano adorate, cominciò un movimento per disfarle; papa Gregorio Magno lo rimproverò per aver abbattuto le “statue del Signore e dei santi”: “queste immagini -egli scrive- hanno una funzione didattica e sono di grande aiuto a coloro che non sanno leggere, sono mezzo di istruzione per coloro che non possono attingere direttamente alle Sacre Scritture.” Il papa era contro il culto delle immagini ma giustificando la presenza delle statue e delle pitture nella chiesa permise che l’idolatria facesse una devastazione spirituale incalcolabile. Il valore pedagogico delle immagini poteva essere di qualche utilità nella misura in cui illustravano la vita degli apostoli e gli insegnamenti di Cristo e dei profeti; ma questo valore veniva meno nel momento in cui esse finivano per diventare l’oggetto della devozione.

In effetti, la presenza delle immagini nel culto costituisce da sempre una minaccia all’integrità della fede. Quando il re Ezechia nel 700 a.C. si rese conto che il popolo adorava come un idolo il serpente di rame ordinato da Dio a Mosè, che bastava guardarlo (non adorarlo) per essere guariti dai morsi dei serpenti nel deserto:“..frantumò le statue, abbatté l'idolo d'Astarte, e fece a pezzi il serpente di bronzo che Mosè aveva fatto; perché fino a quel tempo i figli d'Israele gli avevano offerto incenso”. Vedi 2 Re 18:4.

Giovanni Calvino, il cui nome è strettamente legato alla città di Ginevra, dopo essersi separato dalla Chiesa romana nel 1532, sulla presenza delle statue nelle chiese scrisse: “..certo i prelati della chiesa non hanno avuto altra ragione di affidare agli idoli l’incarico di ammaestrare, se non perché essi sono muti. Paolo testimonia che Cristo ci è dipinto al vivo dalla predicazione dello Evangelo, anzi crocifisso davanti agli occhi nostri. A che, dunque, rizzare nei templi tante croci di legno e di pietra, d’oro e d’argento, se fosse stato ben impresso nel popolo che Cristo fu crocifisso per portare la nostra maledizione sulla croce, per cancellare i nostri peccati col suo sacrificio, per lavarci col suo sangue e riconciliarci con Dio, suo Padre? Perché con questa semplice parola si sarebbe potuto ottenere più frutto presso i semplici che con mille croci di legno e di pietra”.

Quando la Parola di Dio costituiva la sola autorità di fede c’era istruzione e discernimento spirituale; ma quando si iniziò a trascurare i suoi insegnamenti nella chiesa vi rimase l’ignoranza e l’idolatria.

Nel medio evo scese in campo anche l’impero e la disputa sull’uso delle immagini coinvolse tutti, popolo, clero, monaci e soldati. Il primo decreto che permetteva l’uso delle immagini nelle chiese per l’adorazione è stato fatto da papa Costantino I nel 710.

L’imperatore Leone III, che aveva in orrore l’idolatria, chiese che il decreto venisse ritirato, anche perché lo considerava un impedimento agli ebrei e ai maomettani di convertirsi al cristianesimo. Contro questa richiesta ragionevole il papa scomunicò l’imperatore. Il figlio dell’imperatore, Costantino Copronimo, nel tentativo di fare chiarezza sull’uso delle immagini motivo di lotta, si appellò a un concilio generale.

Si tenne a Costantinopoli nel 754 sotto la presidenza del metropolitano di Efeso. Parteciparono 338 vescovi e si decretò l’abolizione delle immagini nelle chiese e si vietò di prestarvi il culto.

L’imperatore Leone IV era intenzionato a far rispettare la delibera del Concilio, ma sua moglie Irene, cospirando con i monaci, irriducibili sulla tenuta delle immagini, fece avvelenare il marito ed uccidere i cognati. Divenuta così imperatrice per tutela del figlio, cooperò in favore delle immagini. Quando il figlio divenne adulto , essendo questi contrario alle immagini, lo fece prima accecare e poi non soddisfatta, lo fece uccidere.

L’imperatrice Irene convocò un nuovo concilio generale per deliberare sul culto delle immagini; si tenne a Nicea nel 787. Poiché non erano presenti tutti i vescovi, molti prelati contestarono il titolo di generale. Naturalmente i pochi vescovi presenti al concilio si pronunciarono in favore delle immagini nelle chiese e legiferarono di prestare ad esse culto di adorazione. In quella circostanza non tralasciarono neppure di rendere ufficiale il culto della croce. Fu così formalizzata l’adorazione nella chiesa romana. Quando l’imperatrice Irene morì, papa Leone III la santificò per il suo alto contributo all’adorazione delle immagini e il loro culto. Inutile dire che questo contributo si traduceva in un cospicuo flusso di danaro nelle casse del papa con le numerose offerte rastrellate dai devoti…

Quando sembrava che l’argomento fosse stato chiarito un successore di Irene, Leone V l’armeno, riprese le ostilità contro le statue nelle chiese. La storia che seguì fu un continuo conflitto a sangue tra fazioni opposte che rivendicavano a suon di delitti il contrario di altri! Furono tenuti concili che negarono la validità di altri. I fedeli nelle chiese erano disorientati e combattuti non sapendo a chi appellarsi. La Parola di Dio era divenuta introvabile e le prediche si basavano sulla parola dei papi e le preghiere ai santi.

Nella Riforma e nella Controriforma nessun elemento significativo si aggiunse alla questione dell’idolatria.
I riformatori ispirandosi al secondo comandamento furono contro le immagini, quelli della Controriforma le volevano tenere nelle chiese. Alla fine Bellarminio, e con lui papi e concili si dichiararono apertamente per l’adorazione delle immagini.

Nell’età moderna un considerevole contributo all’adorazione delle immagini e del culto delle statue viene fornito ad hoc dalle apparizioni di santi e madonne definiti miracolistici, seguiti da episodi di guarigioni più o meno autentici. Certo, vedere nella chiesa romana prostrazioni, baci a statue e immagini; preghiere, invocazioni e canti liturgici a defunti. Reliquie, processioni, candele, flagellazioni, amputazioni; cerimonie suntuose, commercio e traffico di armi, investimenti e speculazioni, sottrazione di risorse allo stato sociale e quanto altro i media riportano, non è possibile affermare con onestà che interpreti la religione di Cristo. Il suo è un sincretismo di verità e menzogna che consente di credere quello che si vuole e di aggirare la giustizia di Dio dando l’impressione di ubbidire alla sua Parola. Ma la diagnosi di Dio avverte:

”Hanno conosciuto Dio, poi si sono rifiutati di adorarlo e di ringraziarlo come Dio.
Si sono smarriti in stupidi ragionamenti e così non hanno capito più nulla.
Essi, che pretendono di essere sapienti, sono impazziti:
adorano immagini dell’uomo mortale, di uccelli, di quadrupedi e di rettili,
invece di adorare il Dio glorioso e immortale.
Per questo, Dio li ha abbandonati ai loro desideri:
si sono lasciati andare a impurità di ogni genere
fino al punto di comportarsi in modo vergognoso gli uni con gli altri.
Proprio loro che hanno messo idoli al posto del vero Dio, e hanno adorato e servito quel che Dio ha creato, anziché il Creatore. A lui solo sia lode per sempre” Romani 1:21-25

Nella visione profetica del Giudizio l’invito rivolto a coloro che si dicono cristiani è posto in relazione all’adorazione di Dio solo, unico e immortale, segno evidente che nella cristianità esiste su questo soggetto uno sviamento devastante: “Egli diceva con voce forte: «Temete Dio e dategli gloria, perché è giunta l'ora del suo giudizio. Adorate colui che ha fatto il cielo, la terra, il mare e le fonti delle acque». Apocalisse 14:7 In breve, adorate il Creatore! Non le creature!

“Qui deve mostrarsi la costanza di quelli che appartengono al Signore, mettono in pratica i comandamenti di Dio ( tutti e 10) e rimangono fedeli a Gesù” Apocalisse 14:12

Torna all'indice



10 - L'inferno esiste?

Nel rispondere a questa domanda bisogna tenere presente le credenze diverse che hanno popolato l’immaginario dei popoli antichi, e che sono entrate a far parte della tradizione cristiana. Secondo gli Egiziani, i morti andavano in pellegrinaggio nel regno di Osiride. Li veniva determinato il grado di colpevolezza e l'anima dei grandi criminali veniva distrutta.
Gli Assiro-Babilonesi mandavano gli empi nel Kigallou, un luogo situato nel profondo della terra e circondato da un recinto settuplo le cui porte erano guardate da mostri e demoni. I dannati erano gettati nell'oscurità e si nutrivano di polvere e di fango.
I Greci avevano l'Hadès, luogo situato nelle profondità della terra e circondato da quattro fiumi: il Cocito, l'Acheronte, lo Stige e il Piriflegetonte. Vi si giunge­va attraverso lo Stige con la barca di Caronte. I morti vi conducevano un'esistenza di fantasmi. Quelli che avevano oltraggiato gli dèi erano rinchiusi nel nero Tartaro. Dal IV secolo avanti Cristo, l'influsso dei misteri orfici ed eleusini contribuì a divulgare la dottrina della ricompensa e della punizione delle anime, come risultato della loro condotta nell'esistenza terrestre. Negli Inferi, i giudici Minosse, Adamante ed Eaco assegnavano ai morti il posto che si meritavano, e il cane Cerbero aveva l'incarico d'impedire ai malvagi di fuggire.

I Romani credevano ai Mani, cioè alle anime dei morti che potevano trovarsi ovunque, e a un luogo sottoterra chiamato Inferi (gli Inferi) i cui sovrani erano Fiutone e Proserpina.
La religione vedica non ha alcuna traccia di un luogo ove vivano gli empi.
Il brahamanesimo li manda nel Naraka, regione sotterranea situata più in basso delle dimore dei Pàtàlas (demoni); ma i dannati vi soggiornano soltanto tem­poraneamente in vista di un'espiazione, per rientrare al più presto nel circolo normale della trasmigrazione.
L'inferno del buddismo è pure il Naraka o Niraya, diviso però in regioni a seconda delle colpe da espiare; uno di questi luoghi è il Mahàyàma che conta centotrentasei inferni. I dannati subiscono la prova del fuoco, della sega, dello squartamento, dello schiacciamento, del martellamento, ecc.
L'inferno dello shmtoismo sì chiama Yomo o Yomotsou-Kounì in cui regna il dio di Scusanowo-ni-Mikoto. I dannati conducono qui un'esistenza poco più sgradevole della vita terrestre, o vivono in una cloaca di putrefazione.
Anche l'Islam ha il suo inferno. Il Corano dice che ogni essere umano è responsabile delle proprie azioni, che sono annotate nel Sidjdjin ( libro degli atti ); nel giorno della retribuzione, tutti saranno pesati su una bilancia e trattati di con­seguenza.
I musulmani impenitenti e gli infedeli verranno condotti a el-Sakar o al-Hotama, settori dell'inferno, dove subiranno i supplizi del fuoco, del freddo, della sete, dell'acqua e della pece bollente.

L'inferno della maggior parte dei cattolici e di un numero abbastanza considerevole di protestanti, è un luogo in cui i dannati sono destinati a soffrire in eterno. Le pene qui sono di due specie: quella del danus, che è la privazione di Dio e quella del senso che è l'insieme delle sofferenze sensibili generalmente designate dall'espressione: fuoco inestinguibile. L'orribile compagnia dei demoni accresce questi dolori indescrivibili.

Nel corso dei secoli, molti predicatori hanno trovato nelle fiamme dell'inferno un tema di eloquenza inesauribile per spaventare gli uditori, ma non a convertirli poiché la salvezza è un prodotto dell'amore e non della paura.

Ecco un esempio di come hanno descritto l’inferno alcuni predicatori cattolici e protestanti:
”In questo mondo, il fuoco tormenta i corpi dall'esterno; esso non vi penetra. All'inferno, il fuoco penetra nel corpo dei dannati per tormentarli sia all'interno che all'esterno. Che ne sarà del dannato divenuto una specie di fornace ardente? Il cuore gli brucerà nel petto, le interiora nel ventre, il cervello nella testa, il sangue nelle vene, persino il midollo nelle ossa...Come cadranno nell'inferno, nel giorno del giudizio, sulla schiena, sul fianco, a testa in giù, così resteranno per tutta l'eternità senza poter più muovere né piede, né mano finché Dio sarà Dio” Alfonso de' Liguori.

“Nel giorno del giudizio, il corpo tuo e l'anima tua soffriranno i tormenti di un doppio inferno. Un sudore di sangue ti inonderà dalla testa ai piedi; degli orridi mostri ti urleranno nelle orecchie; le tue membra scricchioleranno al contatto della fiamma, senza consumarsi, in attesa di nuovi supplizi; il diavolo senza posa ti farà sobbalzare di terrore al suono di una musica infernale”C. H. Spurgeon

Il fatto che una dottrina così spaventosa abbia suscitato incredulità e prodotto ateismo è comprensibile.Una persona riflessiva si rifiuterà sempre di credere che Dio trovi piacere nel vedere soffrire eternamente e in condizioni così atroci gli empi, chiunque essi siano. Tanto più che la Scrittura dichiara: “Tu non sei un Dio che prenda piacere nell' empietà; presso di te il male non trova dimora. Salmi 5:4

”Io non provo nessun piacere per la morte di colui che muore, dice DIO, il Signore.” Ezechiele 18:32

Il filosofo Renouvier ha scritto: “L'inferno eterno è uno degli scandali che più di tutti allontanano le mentì dalla concezione cristiana del mondo e dei suoi fini”.

“L'inferno eterno per volontà di Dio è la bestemmia più tremenda che sia mai stata pronunciata contro Dio" A. Guyard.

Responsabili dell'introduzione della nozione dell'inferno nella Chiesa cristiana sono Tertulliano, Origene e Agostino. Tertulliano, come si è visto, augura orribili torture ai malvagi; Origene immagina un inferno che assomiglia piuttosto a un purgatorio dal quale gli uomini escono rigenerati in attesa di andare a godere alla destra del Padre un'eterna felicità. La Chiesa ha conservato per i fedeli la prospettiva di Origene e per gli empi le torture di Tertulliano. Agostino ha rafforzato l'idea dell'inferno ed ha così contribuito a renderla accetta a quasi tutti i fedeli.

Ma la Bibbia cosa insegna sulla sorte dei malvagi?

Va subito detto che la Scrittura non insegna il dogma delle pene eterne, di una sofferenza che si protrae nell’eternità. Essa dichiara, più volte, in termini chiari e inconfutabili, che i malvagi saranno distrutti nello stagno di fuoco senza che di loro vi resti alcuna radice.

“Poi la morte e l'Ades furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la morte seconda, cioè lo stagno di fuoco”. Apocalisse 20:14

“E se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco”. Apocalisse 20:15

“Ma per i codardi, gl' increduli, gli abominevoli, gli omicidi, i fornicatori, gli stregoni, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la morte seconda”. Apocalisse 21:8

Ancora leggiamo che i malvagi sono degni di morte (Romani 1: 32), di conseguenza indegni di vita eterna, poiché Dio serba la “vita eterna a quelli che con la perseveranza nel bene operare cercano gloria e onore e immortalità” (Romani 2: 7; vedere Atti 13: 46,48).

Ciò significa che gli empi in nessun modo hanno la vita eterna, nemmeno tra le fiamme di un presunto luogo di sofferenze, poiché questa la si ottiene solo grazie al sacrificio di Gesù accettato per fede:

“Poiché Iddio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figliuolo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”.

“Chi crede nel Figliuolo ha vita eterna; ma chi rifiuta di credere al Figliuolo non vedrà la vita, ma l'ira di Dio resta sopra lui”.

“Chi ha il Figliuolo ha la vita; chi non ha il Figliuolo non ha la vita”.

“Poiché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore “.

“Poiché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figliuolo e crede in lui, abbia vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno”.

(Giovanni 3: 16; Giovanni 3: 36; I Giovanni 5: 12; Romani 6: 23; Giovanni 6: 40).

Ciò vuol dire che la soppressione, l'annientamento totale dell'essere è la condanna suprema, e che la risurrezione dei malvagi, semplice ritorno alla vita fisica, ha luogo solo per permettere a Dio di eseguire su di essi il verdetto del suo giudizio (Giovanni 5: 29).

“L'empio perirà per sempre come lo sterco suo; quelli che lo vedevano diranno: "Dov'è?". Se ne volerà via come un sogno, e non si troverà più; dileguerà come una visione notturna” Giobbe 20:7,8.

Il profeta Isaia afferma che anche se Dio volesse cercarli in qualche luogo non li troverebbe perché distrutti per sempre: “Ecco, tutti quelli che si sono infiammati contro di te saranno svergognati e confusi; i tuoi avversari saranno ridotti a nulla, e periranno. Tu li cercherai, e non li troverai più quelli che contendevano con te; quelli che ti facevano guerra saranno come nulla, come cosa che più non è”. Isaia 41: 11, 12; vedere 1: 28; 26: 11,14.
“Poiché, ecco, il giorno viene, ardente come una fornace; e tutti i superbi e chiunque opera empiamente saranno come stoppia; e il giorno che viene li divamperà, dice l'Eterno degli eserciti, e non lascerà loro né radice né ramo“.

(Malachìa 4: 1; in alcune versioni 3: 19).

A questa lista già lunga, potremmo aggiungere altri passi. I malvagi sono paragonati di volta in volta a materiale infiammabile e caduco: la paglia che brucia o che viene portata via dal vento (Giobbe 21: 18; Salmo 1:4; Nahum 1: 10; Matteo 3: 12); il fumo che si dissolve (Salmo 68: 3; 37: 20; Isaia 51: 6); una lampada che si spegne (Proverbi 13: 9; 24:20); un sogno che sva­nisce (Salmo 68: 3; 58: 9); la pula portata via dall'uragano (Giobbe 21: 18; Isaia 17:13); la stoppia (Malachia 4:1; Isaia 5:24); il letame sulla ter­ra (Salmo 83: 10); i rami secchi (Giovanni 15: 6; Isaia 5: 24); il legno e il fieno (I Corinzi 3: 12, 13); animali che periscono e pesce avariato (Salmo 49: 14; Matteo 13: 47,48); le zizzanie gettate nel fuoco (Matteo 13: 40,41); un vaso di vasellaio (Salmo 2: 9)

Se l’inferno bruciasse eternamente, ne conseguirebbe che Dio sarebbe nella impossibilità di soddisfare la sua giustizia oltraggiata, poiché l'eternità non gli basterebbe; ne deriverebbe ancora che il male non verrebbe mai distrutto, che Satana esisterebbe per sempre e che mai nessun ginocchio si piegherebbe davanti a Dio. Cristo non riuscirebbe mai a terminate la sua opera, che è di riportare la perfetta armonia in un universo turbato dalla rivolta dì Satana.

Alcuni testi sembrano sostenere l’esistenza di un luogo di pene eterne, ma così non è.

Il passo di Matteo 25: 46, che riporta queste testuali parole: “E questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna”, viene spesso citato per sostenere l'idea delle pene eterne. Tuttavia esso non porta nessun argomento su cui fondare questo dogma. La parola greca kolasis non deve essere tradotta con supplizio, ma con la parola punizione, con l'idea di distruzione. Ecco quello che un eminente teologo dice in proposito:

"I cinque dizionari di Passow, Planche, Alexandre, Wahl e Grimm sono unanimi nel far derivare il sostantivo greco kolasis, "punizione", da una radice che significa: spezzare colpendo, amputare, squartare, smembrare, mutilare, da cui la nostra parola iconoclasta: distruttore d'immagini. Kolasis significherà quindi una punizione per soppressione" ( Petavel-Olliff ).

La ricompensa dei giusti è una vita eterna, quindi una ricompensa eterna; la punizione dei malvagi è una soppressione eterna, quindi una punizione eterna. È la distruzione che è eterna, non la sofferenza. “Chi non ha il Figliuolo di Dio, non ha la vita” I Giovanni 5: 12. Soffrire eternamente significherebbe vivere eternamente, dato che la sofferenza presuppone la vita, il che è inammissibile.

Il fuoco eterno: in genere ci si richiama a tre passi, isolati dall'insieme delle dichiarazioni bibliche, per convalidare la tesi del fuoco eterno: “E se l'occhio tuo ti fa intoppare, cavalo; meglio è per te entrare con un occhio solo nel regno di Dio, che avere due occhi ed esser gettato nella geenna, dove ìl verme loro non muore ed il fuoco non si spegne” Marco 9: 47,48.

“Allora dirà anche a coloro dalla sinistra: Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato pel diavolo e per i suoi angeli”. Matteo 25: 41.

“E il diavolo che le aveva sedotte fu gettato nello stagno di fuoco e di zolfo, dove anche sono la bestia e il falso profeta; e saranno tormentati giorno e notte nei secoli dei secoli”. Apocalisse 20: 10.

Il primo passo parla della geenna in cui il verme non muore e il fuoco non si spegne. La parola geenna, usata dodici volte nel Nuovo Testamento (Matteo 5:22,29; 10:28; 18:9; 23:15,33; Marco 9:43-47; Luca 12:5; Giacomo 3:6), significa letteralmente valle di Hinnom (II Cronache 33:6). Questa valle si trova a sud-est di Gerusalemme. In una parte di questa valle chiamata "Tofeth" o "Valle del Forno", gli Israeliti, istigati da alcuni del loro re, avevano reso un culto a Moloch e bruciato i loro figli in suo onore ( II Re 23:10; Geremia 7:31; 19:5,6; 32:35).

II re Giosia votò questa valle all'infamia: ne fece la fogna della città, un immondezzaio in cui si gettavano i rifiuti della capitale, le carogne delle bestie da soma e i cadaveri dei giustiziati. Un fuoco, perennemente acceso, divorava quei cadaveri, da cui l'espressione "geenna di fuoco".

Il fumo ne usciva giorno e notte, indice di un fuoco che, costantemente alimentato, non si spegneva mai. Il profeta Isaia (66: 24) vi fa allusione e, pensando alla sua dichiarazione, anche Cristo ne parla (vedere anche Isaia 14:9-11).

Il secondo e il terzo versetto (Matteo 25: 41 e Apocalisse 20: 10) parlano anch'essi del fuoco inestinguibile. Non è necessario dire che si tratta di un fuoco che si spegne solo quando ha distrutto tutto il materiale infiammabile. Omero stesso parla di un fuoco inestinguibile che poco mancò consumasse la flotta dei Greci. II fuoco che non si spegne presuppone una distruzione completa. Una filologia elementare ci insegna a vedere nel fuoco eterno o inestinguibile l'agente inarrestabile di una rovina completa ed irrimediabile.

Il fuoco è incompatibile con la vita (Isaia 33: 14). Esso distrugge tutto ciò che si trova sul suo cammino. È un agente transitorio, determinante atti temporanei, ma che produce effetti eterni (vedere anche Marco 3: 29; Ebrei 6: 2).

L'espressione "nei secoli dei secoli" (in greco tón aiónòn), che trova il suo equivalente nell'espressione ebraica al yolam (tradotta in Esodo 21: 6; Giona 2: 7 e Isaia 32: 14 con "per sempre") e un'espressione iperbolica. Non diciamo infatti che un uomo è condannato ai lavori forzati «per sempre»? O che il segretario dell'Accademia è « perpetuo »? Nella Bibbia l'aggettivo eterno e il sostantivo eternità sono usati spesso per iperbole. Un fuoco che brucia eternamente divora tutto (Ezechiele 21:3; Amos 5:6).

Esempi tratti dalla Scrittura sono il fuoco che scese su Sodoma e Gomorra (Genesi 19: 24) in Giuda (versetto 7) è chiamato un "fuoco eterno". Questo fuoco sì è ormai spento, non senza aver prima distrutto tutto (Genesi 19: 25; Isaia 13: 19), in un istante (Lamentazioni 4:6), e ridotto ogni cosa in cenere (II Pietro 2:6).

Il verme che non muore è un roditore, un necrofago, che ha il compito di distruggere. Si tratta della volgare larva della mosca da-carne. Secondo Linneo, le larve di tre mosche da carne sono capaci di divorare il cadavere di un cavallo con la stessa rapidità di un leone. Oseremmo fare, di questo verme "che non muore", un essere immortale?

Talvolta si menziona il racconto dell'uomo ricco e del povero Lazzaro (Luca 16: 19-31) per convalidare la teoria dei tormenti eterni. Va tenuto presente che si tratta di una parabola, di un racconto immaginario, rivolta in particolare ai farisei che avevano appena udita un'altra parabola, quella dell'amministratore infedele. Essi non l'avevano gradita molto e dicevano di non averla capita. Quest'altra parabola rafforza la precedente e sottolinea con vigore l'idea che il destino di ognuno è fissato in questa vita dall'uso che si fa della libertà, e in modo particolare nelle varie occasioni che la vita ci presenta.

L'uomo ricco rappresenta coloro che fanno un cattivo uso di queste occasioni, mentre Lazzaro personifica invece coloro che, al contrario, se ne servono con intelligenza e bontà. Evidentemente c'è una relazione tra questa vita e quella futura, poiché la prima determina se quella futura sarà eterna e piena di felicità, oppure sarà un momentaneo ritorno alla vita fisica che precede una distruzione irrimediabile e definitiva.

È evidente che Gesù non ha voluto parlare dello stato dell'uomo dopo la morte, né dell'epoca in cui saranno distribuite ricompense e punizioni. Quel che bisogna ricordare di questa parabola, come di tutte le altre, sono le grandi lezioni; tutti i particolari devono dapprima essere intesi nel senso del contesto ed in seguito in conformità con l'insegnamento generale della Sacra Scrittura. All'occorrenza, nessun particolare di questa parabola può essere citato in favore della teoria delle pene eterne, poiché la Bibbia sì oppone a questa ideologia come abbiamo visto.

No, non esiste un inferno che sta bruciando gli empi. Questa parola non si trova neppure nella Bibbia. E non ci sono pene eterne. I malvagi sono distrutti completamente alla seconda resurrezione per essere distrutti nello stagno di fuoco, come asserisce la Bibbia. Anche Satana sparisce (Ebrei 2: 14), viene annientato. La morte stessa non è più (Isaia 25:8; Apocalisse 20:14;
I Corinzi 15:26): essa viene soppressa per sempre. È l'ultimo nemico, il più terribile, che capitola. E nella ritrovata armonia universale, Dio è tutto in tutti (I Corinzi 15: 28).

Torna all'indice



11 - E' possibile parlare con i morti? La Bibbia dice di no!

Il racconto biblico del dialogo tra Saul e il defunto profeta Samuele sembra avvalorare l’ipotesi, ma le cose non stanno come si crede.
La visita di Saul alla donna di En-dor è stato motivo di perplessità per molti studiosi delle Scritture. Alcuni sostengono che Samuele fosse realmente presente durante il colloquio con Saul; la Bibbia in realtà fornisce elementi sufficienti per arrivare a una conclusione opposta. Se, come alcuni sostengono, Samuele fosse stato in cielo, egli sarebbe stato chiamato da lì, o dalla potenza di Dio o da quella di Satana. Nessuno può credere neanche per un momento che Satana abbia avuto la possibilità di chiamare il santo profeta di Dio dal cielo per onorare gli incantesimi di una donna perduta. E non possiamo neanche concludere che Dio lo abbia convocato nella caverna di una strega, perché il Signore sempre si rifiutò di comunicare con Saul per mezzo di sogni, per mezzo dell'urim, o attraverso i profeti (1 Samuele 28: 6). Essendo questi i mezzi di comunicazione di Dio, Egli non li avrebbe trascurati per lasciare un messaggio attraverso un'agente di Satana.

Il messaggio in sé contiene prove sufficienti circa la sua origine. Infatti il suo scopo non era quello di condurre Saul verso il pentimento, ma piuttosto quello di accelerarne la rovina; e questo atteggiamento è caratteristico di Satana e non di Dio. Inoltre il fatto che Saul abbia consultato una evocatrice di spiriti, è considerato dalla Scrittura uno dei motivi della reiezione di Saul da parte di Dio e del suo abbandono alla distruzione: « Così morì Saul, a motivo dell'infedeltà ch'egli aveva commessa contro l'Eterno per non aver osservato la parola dell'Eterno e anche perché aveva interrogato e consultato quelli che evocano gli spiriti, mentre non aveva consultato l'Eterno. E l'Eterno lo fece morire, e trasferì il regno a Davide, figliuolo d'Isai » 1 Cronache 10: 13, 14. Qui è esplicitamente detto che Saul evocò gli spiriti e non il Signore. Egli non comunicò con Samuele, il profeta di Dio, ma attraverso l’evocatrice di spiriti entrò in contatto con Satana. Quest'ultimo non potendo far apparire il vero Samuele, ne presentò uno contraffatto, di cui si servì per il suo inganno.

Quasi tutte le forme di stregonerie e spiritismi antichi, sono fondate sulla credenza di un contatto con i morti. I negromanti sostengono di essere in contatto con spiriti di morti, e di poter conoscere attraverso di loro il futuro. Il profeta Isaia fa riferimento a questa pratica affermando: « Se vi si dice: Consultate quelli che evocano gli spiriti e gli indovini, quelli che sussurrano e bisbigliano rispondete: Un popolo non dev'egli consultare il suo Dio? Si rivolgerà egli forse ai morti a favore dei vivi? » Isaia 8: 19.
Questa stessa credenza del contatto con i morti costituisce la pietra angolare della idolatria pagana. Dai pagani sono considerati dèi gli spiriti deificati degli eroi deceduti; e quindi la religione dei pagani è un'adorazione dei morti. La Scrittura si pronuncia in maniera chiara a questo proposito: per esempio, in occasione del peccato compiuto a Beth-Peor, quando il popolo d'Israele si era stabilito a Sittim: « e il popolo cominciò a darsi alle impurità con le figliuole di Moab. Esse invitarono il popolo ai sacrifizi offerti ai loro dèi, e il popolo mangiò e si prostrò dinanzi agli dèi di quelle. Israele si unì a Baal-Peor... » Numeri 25: 1-3. Il salmista ci dice a quale tipo di dèi venivano sacrificate le offerte; infatti riferendosi allo stesso peccato, afferma: « Si congiunsero anche con Baal-Peor e mangiarono dei sacrifizi dei morti » (Salmo 106: 28), cioè sacrifici che erano stati offerti ai morti.
La deificazione ha un'enorme importanza in quasi tutte le religioni pagane, e inoltre presuppone la comunione con i morti. Si pensava che gli dèi comunicassero la loro volontà agli uomini e che, quando venivano consultati, dessero il loro responso. Erano di questo tipo i famosi oracoli greci e romani. Persino nei paesi che si professano cristiani si crede alla comunione con i morti. Lo spiritismo, che consiste nell'entrare in contatto con esseri che si afferma siano gli spiriti dei defunti, è molto diffuso. Si pensa così di riscuotere la simpatia di coloro che hanno deposto i loro amati nella tomba. Questi esseri spirituali si manifestano alle persone con la sembianza dei loro amici deceduti, raccontano avvenimenti accaduti loro quando erano vivi, e compiono azioni che i defunti facevano quando erano in vita; così facendo inducono molte persone a credere che questi amici morti siano angeli che si librano al di sopra di loro e comunicano con loro. I presunti spiriti dei morti sono oggetto di una certa idolatria, e per molti le loro parole sono più importanti della Parola di Dio.

Sono comunque numerosi coloro che considerano lo spiritismo una semplice contraffazione e attribuiscono le manifestazioni su cui esso si basa, e che sono ritenute soprannaturali, all'inganno dei medium. Ma se da una parte è vero che le manifestazioni magiche sono state troppo spesso considerate autentiche, vi sono prove del loro carattere soprannaturale. Sono molti coloro che pur considerando lo spiritismo frutto dell'intelligenza umana o di una astuta volontà, quando si trovano di fronte a manifestazioni che non possono spiegare, sono indotti a riconoscerne le pretese.

Lo spiritismo moderno è una delle forme di stregoneria e idolatria antiche che hanno come loro elemento principale e vitale il contatto con i morti, e che sono fondate sulla prima bugia con cui Satana ingannò Èva in Eden: « No, non morrete affatto; ma Iddio sa che nel giorno che ne mangerete... sarete come Dio » Genesi 3: 4,5. Gli spiritisti assomigliano al padre della menzogna perché basandosi sul falso lo perpetuano.
Agli israeliti era stato espressamente proibito di praticare qualsiasi tipo di presunta comunione con i morti. Dio aveva chiuso di fatto quella porta, affermando: « I morti non sanno nulla... Essi non hanno più ne avranno mai alcuna parte in tutto quello che si fa sotto il sole » Ecclesiaste 9: 5, 6. « II suo fiato se ne va ed egli torna alla sua terra; in quel giorno periscono i suoi disegni » Salmo 146: 4.

Il Signore aveva anche dichiarato a Israele: « Se qualche persona si volge agli spiriti e agli indovini per prostituirsi dietro a loro, io volgerò la mia faccia contro quella persona, e la sterminerò di fra il suo popolo » Levitico 20: 6. Gli spiriti evocati non sono spiriti dei morti, ma angeli malvagi, messaggeri di Satana. Come possiamo constatare, la Bibbia considera demoniaca l'antica idolatria, che comprende sia il culto dei morti sia la presunta comunione con loro. L'apostolo Paolo, invitando i suoi fratelli a non partecipare in qualsiasi modo all'idolatria dei loro vicini pagani, dice: « Le carni che i gentili sacrificano, le sacrificano ai demoni e non a Dio; or non voglio che abbiate comunione con i demoni » 1 Corinzi 10: 20. Il salmista, parlando d'Israele, dice che «sacrificarono i loro figliuoli e le loro figliuole ai demoni, e sparsero il sangue innocente, il sangue dei loro figliuoli e delle loro figliuole, che sacrificarono agli idoli di Canaan » Salmo 106: 37, 38.
Pensando di adorare i morti, essi in realtà adoravano i demoni. Lo spiritismo moderno si basa sullo stesso fondamento: esso è una rinascita, sotto nuova forma, della stregoneria e dell'adorazione dei demoni che Dio ha condannato e proibito. Nelle Scritture si prevede che: « nei tempi a venire alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori, e a dottrine di demoni » 1 Timoteo 4: 1. Paolo, nella sua seconda lettera ai tessalonicesi sottolinea che uno dei campi in cui Satana sarà particolarmente attivo immediatamente prima del secondo avvento di Cristo, sarà lo spiritismo. Parlando della seconda venuta di Cristo, egli dichiara che Satana agirà « con ogni sorta di opere potenti, di segni e di prodigi bugiardi » 2 Tessalonicesi 2: 9. E Pietro, parlando del pericolo a cui sarebbe stata esposta la chiesa negli ultimi giorni, dice che come i falsi profeti portarono Israele a peccare, così vi saranno « falsi dottori che introdurranno di soppiatto eresie di perdizione, e rinnegando il Signore che li ha riscattati... molti seguiranno le loro lascivie» 2 Pietro 2: 1,2. Ecco la caratteristica principale di coloro che insegnano lo spiritismo: rifiutare di riconoscere Cristo come Figlio di Dio. A proposito di tali insegnanti il diletto Giovanni dichiara: « Chi è mendace, se non colui che nega che Gesù è il Cristo? Esso è l'anticristo, che nega il Padre e il Figliuolo. Chiunque nega il Figliuolo non ha neppure il Padre » 1 Giovanni 2: 22, 23. Lo spiritismo, negando Cristo, nega sia il Padre sia il Figlio, e la Bibbia lo considera la manifestazione dell'anticristo.

Predicendo attraverso la donna di En-dor la condanna di Saul, Satana voleva far cadere in trappola gli israeliti. Sperava che in loro sorgesse la fiducia nell'evocazione degli spiriti e che questo li inducesse a consultare la donna. Se essi avessero abbandonato Dio come loro consigliere, si sarebbero posti sotto la guida di Satana. Lo spiritismo attrae la gente con la pretesa di essere una potenza che solleva il velo che cela il futuro e rivela agli uomini ciò che Dio ha nascosto. Dio nella sua parola ci ha rivelato i grandi eventi del futuro, tutto ciò che è essenziale conoscere, e ci ha dato una guida sicura per affrontare tutti i pericoli. Uno degli scopi di Satana, invece, è quello di far perdere all'uomo la fiducia in Dio, renderlo insoddisfatto della sua situazione, spingerlo a cercare di scoprire ciò che Dio gli ha saggiamente nascosto, e indurlo a disprezzare ciò che l'Eterno ha rivelato nella sua sacra Parola.

Molti quando non possono conoscere gli eventi della loro vita futura, diventano inquieti. Essi non sopportano l'incertezza, e con impazienza rifiutano di aspettare la manifestazione della salvezza di Dio. L'avvenire li inquieta ed essi danno via libera ai loro sentimenti ribelli, e angosciati si affannano per cercare di capire ciò che non è stato loro rivelato. Se solo confidassero in Dio e vegliassero in preghiera, troverebbero la consolazione divina; i loro animi sarebbero calmati dalla comunione con Dio; se solo andassero a Gesù, lo stanco e l'abbattuto troverebbero il riposo dell'anima; ma quando negligono i mezzi che Dio ha provveduto per consolarli, e nella speranza di conoscere ciò che Dio ha nascosto si volgono altrove, commettono l'errore di Saul e alla fine fanno solo un'esperienza con il male.

Dio ha affermato in modo molto esplicito di non rallegrarsi con coloro che hanno questo atteggiamento. Infatti chi con impazienza cerca di sollevare il velo che gli nasconde il futuro, dimostra di avere poca fede, e si espone alle suggestioni del maestro degli ingannatori. Satana invita gli uomini a consultare coloro che evocano gli spiriti, e rivelando le cose nascoste del passato fa credere che egli conosca il futuro. Forte dell'esperienza acquisita nel corso dei secoli, Satana, sulla base del rapporto di causa ed effetto può predire con notevole precisione alcuni eventi futuri della vita umana. Per questo riesce a ingannare le persone semplici e malguidate e a sottometterle alla sua volontà. Dio ci ha dato degli avvertimenti tramite i suoi profeti: « Se vi si dice: Consultate quelli che evocano gli spiriti e gli indovini, quelli che sussurrano e bisbigliano, rispondete: Un popolo non dev'egli consultare il suo Dio? Si rivolgerà egli ai morti a prò dei vivi? Alla legge! Alla testimonianza! Se il popolo non parla così non vi sarà per lui alcuna aurora » Isaia 8:19,20.
Coloro che hanno un Dio santo, infinitamente saggio e potente, si recheranno forse dai maghi le cui conoscenze derivano dal loro rapporto con il nemico del nostro Signore? Dio stesso è la luce del suo popolo che invita a fissare lo sguardo con fede sulle glorie velate agli occhi umani; Sole di giustizia ne illumina i cuori con i raggi che provengono dal trono di Dio, tanto che i figli di Dio non desiderano più abbandonare la fonte della luce per seguire i messaggeri di Satana. Il messaggio rivolto dal demone a Saul, pur essendo una denuncia del peccato e una profezia che annunciava la punizione, non era inteso a cambiare l'animo del re, ma a votarlo alla disperazione e alla rovina. Comunque il tentatore raggiunge più facilmente i suoi propositi di distruzione adescando gli uomini con l'adulazione. Anticamente l'insegnamento delle divinità demoniache favorivano le più basse passioni. Allora i precetti divini di condanna del peccato che consolidavano la giustizia erano trascurati; la verità veniva considerata con leggerezza, e non solo si permettevano le impurità, ma si provava piacere in esse. Lo spiritismo afferma che non esiste ne morte, ne peccato, ne giudizio, ne retribuzione, che gli uomini sono semidei non decaduti, che la legge suprema è il desiderio, e che l'uomo ha delle responsabilità solo verso se stesso. Le barriere che Dio ha eretto per proteggere la verità, la purezza e il rispetto vengono infrante, incoraggiando molti a cadere nel peccato. Tali insegnamenti non suggeriscono forse un'origine simile a quella del culto demoniaco?
Attraverso le abominazioni dei cananei, il Signore presentò agli israeliti le conseguenze della comunione con gli spiriti maligni: i cananei erano persone senza affetto, erano idolatri, adulteri, assassini, corrotti da ogni tipo di pensiero impuro e da pratiche impure.
L'uomo non conosce il proprio cuore, perché « il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno » (Geremia 17:9), ma Dio comprende le tendenze depravate della natura umana. Satana in quel tempo, come del resto ora, si adoperava affinché si verificassero le condizioni favorevoli alla ribellione, in modo che il popolo d'Israele potesse diventare per Dio così ripugnante come lo erano i cananei. L'avversario dell'uomo è sempre all'erta per scaricare su di noi mali inarrestabili, per rovinarci, condannarci davanti a Dio.

Satana era deciso a mantenere il possesso della terra di Canaan; e quando essa divenne la dimora dei figli d'Israele, e la legge di Dio divenne legge di quella terra, provò per Israele un odio profondo e maligno, tanto da tramarne la distruzione. Attraverso l'azione di spiriti malvagi, vennero introdotte divinità estranee, e in seguito alla trasgressione il popolo eletto fu alla fine disperso lontano dalla terra promessa. Oggi Satana cerca di ripetere la stessa storia. Mentre Dio cerca di liberare il suo popolo dalle abominazioni del mondo, in modo che possa osservare la sua legge, l'ira dell'« accusatore dei nostri fratelli » non conosce soste. « II diavolo è sceso a voi con gran furore sapendo di non aver che breve tempo » Apocalisse 12: 10, 12. La vera Terra promessa è proprio davanti a noi, e Satana è determinato a distruggere il popolo di Dio privandolo di ciò che dovrà ereditare. L'avvertimento « Vegliate e pregate affinché non cadiate in tentazione » (Marco 14: 38), non è stato mai così necessario come ora. Le parole che il Signore rivolse all'antico Israele sono valide anche per il suo popolo della nostra epoca: « Non vi rivolgete agli spiriti, ne agl'indovini; non li consultate »; « perché chiunque fa queste cose è in abominio all'Eterno » Levitico 19: 31; Deuteronomio 18: 12.

Torna all'indice



12 - L'opera redentiva di Dio e la risposta dell'uomo

II nostro mondo è in piena confusione e gli esseri umani sono la causa principale di questo caos, perché siamo diventati creature smarrite ed egoiste la cui natura è fondamentalmente orientata verso il male.
Per quanto possiamo illuderci di proseguire verso il progresso e il costante miglioramento, la storia del secolo scorso non è molto incoraggiante. E oggi, che non è ancora trascorso un quarto del nuovo millennio, non possiamo dire che le cose siano migliorate. Se il passato è precursore del futuro, per citare un famoso aforisma di Winston Churchuil, tutto quello che possiamo aspettarci è «sangue, fatica, lacrime e sudore».
Ma non tutto è perduto. Al contrario, Gesù Cristo è morto per i nostri peccati e per mezzo della sua morte abbiamo la promessa della salvezza, della redenzione e del rinnovamento di tutte le cose. «Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c'era più» (Ap 21:1). Non siamo stati abbandonati, costretti a badare a noi stessi nella distesa infinita di un cosmo manifestamente freddo e indifferente.
Non potremmo mai farcela, le forze schierate contro di noi sono troppo più potenti ed è per questo che Dio, prima ancora di creare il mondo, ha concepito il piano della salvezza per venirci in aiuto e realizzare quello che non saremmo mai stati in grado di fare con le nostre sole capacità.


DIO HA CREATO L'UOMO E LA DONNA COME ESSERI LIBERI

L'annosa questione che l'uomo si pone da sempre è questa: «Da dove proveniamo?». Nei primi due capitoli della Bibbia (in realtà, in tutta la Scrittura) troviamo la risposta a quella che molti considerano la domanda più importante che una persona si possa porre. Dopo tutto, solo conoscendo le nostre origini possiamo avere qualche probabilità di capire chi siamo veramente, perché esistiamo, come dobbiamo vivere e qual è il nostro destino.

Nel racconto della creazione dell'essere umano emergono notevoli differenze se paragonate con quelle di altre cose descritte nel testo.

1. L'uomo e la donna sono stati creati per ultimi, dopo tutte le altre creature. Davanti ai loro occhi si aprì l'intero cosmo, da studiare e di cui aver cura.

2. La modalità divina per la creazione dell'uomo e della donna differisce da quella utilizzata per gli altri esseri viventi. Fino a quel punto l'ordine divino era «sia fatto» (la luce, il firmamento, le acque, i pesci e gli uccelli, gli animali, ecc.). Ora il comando si trasforma in consultazione: «Facciamo l'uomo...». Le tre persone che compongono la divinità - il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo - si consultano a tal proposito. Sebbene questi due capitoli descrivano la creazione della terra e delle creature che la abitano, senza tema di smentita si può dire che l'argomento principale è la creazione del genere umano.

3. L'uomo e la donna sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio, concetto escluso per circa ogni altra cosa creata. Anche se il testo non specifica cosa significhi essere creati a immagine e somiglianza di Dio, è evidente che in qualche misura gli esseri umani riflettevano il carattere del loro Creatore.
Poiché l'umanità possiede una capacità morale assente nelle altre creature (le farfalle possono essere belle, ma non dibattono su che cos'è giusto o sbagliato), essere fatti a immagine e somiglianzà di Dio vuole sicuramente dire che, almeno in parte, gli uomini devono rispecchiare il suo carattere morale.

4. All'uomo e alla donna è stato affidato il dominio sul resto del creato, per rappresentare Dio sulla terra. Questa chiamata implica la responsabilità. Gli esseri umani di cui si parla nel primo capitolo della Genesi non sono soli. La nostra esistenza è in stretta relazione con Dio.

LIBERO ARBITRIO

Nel racconto della creazione compare anche l'avvertimento divino che dice di non mangiare dall'albero della conoscenza del bene e del male: “Dio il Signore prese dunque l' uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse. Dio il Signore ordinò all' uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell' albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai». Genesi 2:15-17

Fin da subito, possiamo cogliere l'elemento morale richiesto al genere umano e non previsto per nessun'altra creatura. Come si evince, la capacità del discernimento morale è uno dei mezzi attraverso il quale l'uomo manifesta l'immagine e la somiglianza con Dio.

Dio avrebbe potuto creare esseri umani che rispettassero automaticamente la sua volontà. Altri elementi del creato, come la luce, il sole, la luna e le stelle, rispondono proprio a questo presupposto. Ubbidiscono a Dio senza alcuna possibilità di scelta. Adempiono la sua volontà in modo automatico mediante le leggi naturali che ne guidano l'azione. Ma la creazione dell'uomo e della donna è stata qualcosa di speciale. Dio li ha creati per se stesso, voleva che fossero in grado di prendere le loro decisioni, di scegliere se adorarlo spontaneamente senza alcuna costrizione. Altrimenti non lo avrebbero potuto amare, perché il vero amore, per essere tale, deve essere corrisposto liberamente.
Per la natura stessa della sua origine, il libero arbitrio dell'uomo viene protetto e rispettato da Dio che, pur essendo Creatore, non interferisce con le scelte più profonde e durature di uomini e donne. Quelle sbagliate hanno conseguenze, talvolta davvero terribili, ma è in contrasto con il carattere del Signore forzare per ottenere fedeltà e ubbidienza.

Il principio del libero arbitrio ha tré importanti implicazioni:
a. Nel campo della religione: un Dio onnipotente non indirizza unilateralmente la volontà e le scelte individuali.
b. Nel campo dell'etica: gli individui saranno moralmente tenuti a rispondere delle loro azioni.
e. Nel campo della scienza: le azioni del corpo e della mente non sono totalmente determinate dal principio di causa ed effetto. Le leggi fisiche sono coinvolte nel nostro comportamento, ma il libero arbitrio fa sì che ciascuno di noi abbia la possibilità di scegliere come agire, sopratutto, dal punto di vista morale.

«La donna osservò l'albero: i suoi frutti erano certo buoni da mangiare; era una delizia per gli occhi; era affascinante per avere quella conoscenza. Allora prese un frutto e ne mangiò. Lo diede anche all'uomo ed egli lo mangiò. I loro occhi si aprirono e si resero conto di essere nudi. Perciò intrecciarono foglie di fico intorno ai fianchi» (Gn 3:6,7)
Mangiare un piccolo frutto non era un atto peccaminoso in sé. Tuttavia, dobbiamo considerare le circostanze all'interno delle quali si è consumato. Adamo ed Èva erano creature dotate di libero arbitrio, fatte a immagine di Dio. Avevano tra l'altro la libertà, ma anche il dovere, di attenersi alla volontà espressa da Dio. Mangiarono il frutto non per pura necessità, ma per scelta. Fu la conseguenza della loro libera volontà che andò a sfidare le chiare e precise disposizioni divine.

Allo stesso modo, anche noi siamo tenuti a scegliere liberamente se seguire Dio o meno, se amare o respingere la sua Parola. Egli non ci costringerà mai a ubbidirgli e nemmeno ad amarlo. Dio consente a ciascuno di noi di scegliere autonomamente il percorso da intraprendere ma, alla fine, dobbiamo essere preparati a convivere con le conseguenze che ne deriveranno. In realtà mangiando il frutto Adamo ed Èva comunicarono a Dio che egli non era un perfetto legislatore. La sua sovranità era stata sfidata. La coppia si rivelò disubbidiente, per questo Dio estese il peccato e la morte a tutto il genere umano.

«Perciò Dio il signore mandò via l'uomo dal giardino d'Eden, perché lavorasse la terra da cui era stato tratto. Così egli scacciò l'uomo e pose a oriente del giardino d'Eden i cherubini, che vibravano da ogni parte una spada fiammeggiante, per custodire la via dell'albero della vita» (w. 23,24).

Adamo ed Eva dovevano abbandonare il giardino: era una conseguenza necessaria, eppure misericordiosa. Il Signore non avrebbe consentito all'umanità ribelle l'accesso all'albero della vita. Con amorevole cura egli tenne lontani Adamo ed Èva dal frutto che li avrebbe resi immortali e che avrebbe reso eterna la condizione terribile nella quale erano finiti per via del peccato (prova a
immaginare una vita eterna in un mondo così intriso di dolore, sofferenza e
malvagità come quello attuale). La coppia fu cacciata dal giardino e costretta a lavorare la terra in modo più difficile e faticoso (w. 23,24).


L'INIZIATIVA DIVINA PER SALVARE L’UOMO DALLE CONSEGUENZE DEL PECCATO

La Scrittura mostra che subito dopo il peccato dei nostri progenitori, Dio prese l'iniziativa di andare a cercarli, e non viceversa. Anzi, l'uomo e la donna si sotrassero dalla vista del Signore. Quale metafora efficace per l'umanità smarrita: scappare da colui che la cerca, l'unico che possa offrirle la salvezza!
Adamo ed Èva si nascosero nel giardino e le persone continuano a farlo oggi, sempre che non si arrendano al convincimento dello Spirito Santo. Per grazia, Dio non ha ripudiato la coppia originale, e non ripudia nemmeno noi oggi. Da quando pose la domanda: «Dove siete?» nell'Eden (3:9) fino a oggi, egli continua a chiamarci.

“Grazie all'incomparabile dono di suo Figlio, Dio ha avvolto il mondo in un'atmosfera di grazia che non è meno concreta dell'aria che circonda il nostro pianeta. Tutti coloro che scelgono di respirare in questo ambiente vivificante, vivranno e si svilupperanno fino a raggiungere l'ideale di maturità che Cristo ha annunciato” - E.White SC.

La principale rivelazione dell'amore redentivo di Dio, si coglie nell'incarnazione e nel ministero di Gesù, il quale è venuto su questa terra per compiere tante cose - annientare Satana, rivelare il vero carattere del Padre, dimostrare che le accuse dell'avversario sono false e che si può osservare la
legge di Dio - ma la ragione principale è stata quella di morire sulla croce al posto dell'umanità, per salvarla dalla conseguenza ultima del peccato, la morte eterna.

“Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per Noi”. Era quello che occorreva “affinché noi potessimo diventare giustizia di Dio in lui”. Questo concetto è stato definito «il grande scambio»: Gesù si carica delle nostre trasgressioni e delle nostre sofferenze per far sì che noi peccatori possiamo essere dichiarati giusti davanti a Dio come Gesù stesso. 2 Corinzi 5:21

LA MISSIONE DI CRISTO

consiste nell'iniziativa divina di salvare l'umanità perduta. La missione salvifica di Dio è motivata dall'amore per ciascuno di noi. Non esiste altra ragione più profonda; Dio ha inviato Cristo nel mondo per portare la salvezza al mondo intero. Nel solo vangelo di Giovanni sono contenute oltre 40 dichiarazioni relative alla dimensione cosmica della missione di Gesù (cfr. 3:17; 12:47). Se il Padre manda Cristo a salvare il mondo, questi, a sua volta, invia i suoi discepoli con queste parole: “Come il Padre mi ha mandato, anch'io mando voi” (Gv 20:21).

Le metafore del sale e della luce esprimono le funzioni vitali dell'influsso cristiano nel genere umano. Se il sale opera internamente, unendosi al cibo con cui entra in contatto, la luce agisce esternamente illuminando tutto ciò che raggiunge. Il termine «terra» nella metafora del sale si riferisce agli uomini e alle donne con i quali ci si aspetta che i cristiani si mescolino, mentre il
termine «luce del mondo» indica un contesto di persone nelle tenebre che necessitano di illuminazione.

Il popolo di Dio fu incoraggiato a praticare i princìpi morali e le regole sanitarie date loro da Dio. Dovevano essere una luce, illuminare e attrarre: “voglio fare di te la luce delle nazioni” (Is 49:6). La loro esistenza come popolo in condizioni di salute, prosperità e lealtà al sabato di Dio e ad altri
comandamenti avrebbe comunicato alle nazioni circostanti l'azione potente del Creatore, concretizzatasi con la creazione e la redenzione. Quelle nazioni, incuriosite dalla prosperità di Israele, si sarebbero avvicinate per apprendere gli insegnamenti del Signore (o comunque, questa era l'idea).
Quando Gesù è venuto, anch'egli ha parlato del sale, altro mezzo per testimoniare. I cristiani, con il loro influsso, devono tenere a freno la corruzione nel mondo. I non credenti spesso si trattengono dall'agire in modo malvagio grazie a una coscienza morale riconducibile all'azione misteriosa dello Spirito Santo e all'influsso cristiano. I credenti non solo esercitano un ascendente positivo sul mondo corrotto con la loro presenza, ma si mescolano con la gente per condividere il messaggio cristiano della salvezza.

La missione salvifica è un'iniziativa del Dio trinitario ed è prevalentemente collegata a Gesù Cristo, la cui incarnazione è fondamentale per la fede e la missione cristiane.
Con la sua vita e la sua morte, Gesù ha preparato la strada alla salvezza di tutta l'umanità. Noi, in qualità di suoi discepoli e missionari, dobbiamo fare in modo che gli altri conoscano la buona notizia delle cose belle che Cristo ha fatto per tutti gli uomini e le donne della terra.
“La chiesa di Cristo sulla terra è stata organizzata per scopi missionari e il Signore desidera vedere la chiesa nella sua totalità, elaborare mezzi e strategie grazie alle quali il colto e l'umile, il ricco e il povero potranno udire il messaggio della verità. Non tutti sono chiamati a predicare nei territori missionari, ma tutti possono fare qualcosa con le loro preghiere e i loro doni per sostenere l'opera missionaria» - 6T, p. 29.

Torna all'indice



13 - Qual è il nome di Dio?

"Poiché egli ha posto in me il suo affetto, io lo salverò; lo proteggerò, perché conosce il mio nome." Salmi 91:14

Quando leggiamo la Bibbia, spesso dimentichiamo che è stata scritta da uomini orientali con sensibilità e stili narrativi molto diversi da noi occidentali. Gli orientali colgono l'insieme di un fatto, non è così per noi occidentali che avvertiamo la necessità di analizzare anche ogni dettaglio e sfumature. Esempio, quando Mosè descrive l'atto creativo di Dio si pone come un cronista che coglie l’avvenimento. Descrive il fatto straordinario che Dio crea dal nulla, non fa l’indagine scientifica su "come" Dio crea. Per la mente analitica degli occidentali è giusto il contrario. Noi poniamo molti interrogativi sul ”come”che stimolano approfondite analisi. Questo non deve meravigliarci, del resto sappiamo bene come dinanzi a una tragedia, ad esempio, gli uomini e le donne di tutto il mondo reagiscono in maniera diversa; solitamente gli uomini colgono l’entità dei danni materiali e come risolvere il problema, le donne colgono immediatamente la sofferenza, il dolore, la disperazione.

Questa breve introduzione per dire come sia necessario muoversi con prudenza nell’ambiente biblico per non saltare a conclusioni affrettate. La Bibbia non è un libro scientifico, parla di scienza, ma non ha la pretesa di spiegare questi fatti. Parla di realtà ultraterrene, come la resurrezione, la divinità, ma non spiega come siano possibili. Offre immagini verbali, ma senza le note esplicative che spiegano come sono possibili e come funzionano quelle realtà. Lo scopo delle Scritture non è quello di erudire l’uomo, ma di alimentare la fede in Dio. Quindi non bisogna chiedere alla Bibbia quello che non è; e nemmeno farle dire quello che non ha chiaramente detto. La tendenza umana di “inserire” il proprio pensiero è sempre presente, soprattutto quando si è mossi dai preconcetti, o quando si vuole dare una spiegazione in qualunque modo.


Sul nome di Dio sono fatte delle conclusioni che rispondono alla logica umana, ma non è detto che corrispondano a quella divina! Quando Mosè in presenza del pruno ardente chiede qual è il nome di Dio, riceve la risposta che leggiamo in Esodo 3:13-14

“Mosè disse a Dio: «Ecco, quando sarò andato dai figli d'Israele e avrò detto loro: "Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi", se essi dicono: "Qual è il suo nome?" che cosa risponderò loro?»
Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d'Israele: "l' IO SONO mi ha mandato da voi"».

Nella circostanza richiamata, Mosè non chiede di sapere il puro e semplice nome di Dio che fosse a loro ignoto, ma piuttosto il profondo significato di un nome già noto “Il Dio dei vostri padri”.


La risposta “Io sono quegli che sono”, indica l’auto-rivelazione di Dio, la peculiare caratteristica di un Dio che possiede in se l’esistenza, e che per esistere non dipende da nessuno. Con tale presupposto Dio fa sapere a Mosè e al popolo di essere assolutamente degno di fede e abbastanza potente da liberare il suo popolo dalla potenza di Faraone.

Il nome con il quale Dio chiede di essere riconosciuto è semplicemente “il Signore”. “Io apparvi ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe, come il Dio onnipotente; ma non fui conosciuto da loro con il mio nome di Signore.” Esodo 6:3
Questa dichiarazione di Dio “Il mio nome di Signore”chiarisce il problema. In un pantheon di falsi dei il nome proprio ha significato per distinguere gli uni dagli altri di medesimo valore. Ma trattandosi del vero Dio, il solo Dio, Eterno e Creatore, il Signore non ha bisogno di distinguersi con un nome proprio. Egli è unico! E’ il Signore!

Se il tetragramma ebraico YHWH, con il quale L’Eterno Iddio Creatore si è presentato a Mosè risulta impronunciabile dal momento che manca di vocali, significa che il Signore intende con questo impedimento dare un messaggio preciso. E cioè che cosa più importante è la sua qualità divina che lo distingue da tutte le false divinità che gli uomini si sono inventati.

Il tetragramma ebraico sacro YHWH è reso pronunciabile solo perché tra le consonanti sono state inserite le vocali di Adonai: YaHWeH, traslitterato poi in Yahweh. Quindi si tratta di un’operazione umana.
Se il Signore Dio avesse voluto qualificarsi con un nome proprio chiaro e tondo lo avrebbe fatto certamente. Ma così non è. L’ostinazione di quanti vogliono per forza dare al Creatore un nome proprio non è secondo la volontà del Signore.

Per gli orientali, e segnatamente per il popolo ebraico, conoscere il nome non ha lo stesso significato anagrafico che noi occidentali attribuiamo. Per gli Ebrei non si trattava di avere un’informazione anagrafica, ma quello di conoscere il carattere della persona che lo portava. Nella cultura ebraica, il nome presentava il carattere della persona. Ad esempio Isacco pose il nome Giacobbe al figlio minore, che significa il soppiantatore.
Mosè, significa salvato dalle acque, e via dicendo. Gesù non si è dato il compito di far conoscere il nome anagrafico di Dio, ma la sua natura che è amore. Del resto lui stesso ha dichiarato chi ha visto me ha visto il padre, intendendo dire, chi ha visto il mio carattere ha visto (conosciuto) il Padre. Se così non fosse bisognerebbe affermare che il nome vero di Dio è Gesù Cristo! Il che è fuori di ogni logica e contraddice il castello messo in piedi dai Testimoni di Geova.

"Poiché egli ha posto in me il suo affetto, io lo salverò; lo proteggerò, perché conosce il mio nome." Salmi 91:14
Conoscere il nome di Dio indica una conoscenza che va oltre il dato anagrafico, perché anche i demoni temono Dio, e tuttavia sono versati nel male. Nella Bibbia, il verbo conoscere riferito a Dio, intende acquisire la nozione della sua realtà e santità. Denota avere un dialogo riverente, e tuttavia fiducioso e familiare. La conoscenza del nome di Dio presuppone avere in mente la sua attività, il suo pensiero, il suo amore per l'uomo e la sua giustizia. In altre parole, conoscere il nome di Dio implica conoscere il suo carattere.

L'illustrazione più evidente e completa del carattere di Dio che è concesso di sapere è reso manifesto nella persona di Gesù Cristo, il figlio di Dio, il solo che lo ha rivelato: "Gesù disse: ..Chi ha visto me, ha visto il Padre". Giovanni 14:9 "Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l' ha fatto conoscere." Giovanni 1:18 Nella vita del Salvatore vediamo l’illustrazione più completa e veritiera del carattere di Dio. Quello che Cristo ha insegnato, la sua pietà per l’umana sofferenza e la sua determinazione nel tracciare una separazione netta tra la verità e l’errore, costituiscono i tratti salienti del carattere di Dio.
Nel contemplare il carattere del figlio di Dio, l’Apostolo Giovanni riassunse in una parola l’essenza di questa conoscenza, affermando: Dio è amore! Amore per l’uomo e amore per la giustizia e la verità. La tendenza umana a disunire le leve di questo amore, privilegiando uno solo di essi, è causa delle molte incomprensioni su Dio e ha dato la stura a pericolose illusioni e inganni diabolici.

Torna all'indice



14 - Chi è la donna nella visione di Apocalisse 12?

Tradizionalmente, i cattolici vedono nella donna di Apocalisse 12 la Madonna in quanto si ispirano a una lettura devozionale del testo. Tuttavia gli esperti cattolici hanno abbandonato questo tipo di lettura e oggi concordano con l’interpretazione esegetica del testo che vede nella donna il popolo di Dio.

Nelle visioni di Giovanni, che va ricordato è un ebreo cresciuto nella cultura ebraica, la donna rappresenta la continuità di quanto avevano visto e annunciato i profeti dell’Antico Testamento, vale a dire il popolo di Dio: “Esulta, o sterile, tu che non partorivi! Da' in grida di gioia e rallégrati, tu che non provavi doglie di parto! Poiché i figli dell'abbandonata saranno più numerosi dei figli di colei che ha marito”, dice il Signore.” Isaia 54:1
“Sorgi, risplendi, poiché la tua luce è giunta, e la gloria del Signore è spuntata sopra di te! Infatti, ecco, le tenebre coprono la terra e una fitta oscurità avvolge i popoli; ma su di te sorge il Signore e la sua gloria appare su di te. Le nazioni cammineranno alla tua luce, i re allo splendore della tua aurora. Alza gli occhi e guardati attorno; tutti si radunano e vengono da te; i tuoi figli giungono da lontano, arrivano le tue figlie, portate in braccio.“ Isaia 60:1-4

Quindi la donna nell’Apocalisse rappresenta il popolo di Dio attraverso le fasi alterne della storia e in particolare quella degli ultimi tempi. Va detto che nell’Apocalisse si parla di due donne ben distinte, ciascuna con caratteristiche morali e spirituali opposte.
La prima è indicata come una prostituta che domina la scena terrena e corrompe la spiritualità del popolo di Dio. Quindi rappresenta la chiesa infedele, apostata, idolatra e persecutrice.
“Egli mi trasportò in spirito nel deserto; e vidi una donna seduta sopra una bestia di colore scarlatto, piena di nomi di bestemmia, e che aveva sette teste e dieci corna.” Apocalisse 17:3
“La donna era vestita di porpora e di scarlatto, adorna d' oro, di pietre preziose e di perle. In mano aveva un calice d' oro pieno di abominazioni e delle immondezze della sua prostituzione. “ Apocalisse 17:4
“E vidi che quella donna era ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. Quando la vidi, mi meravigliai di grande meraviglia.” Apocalisse 17:6

La seconda donna, quella di Apocalisse 12 a differenza della prima si muove nello spazio, rivestita della luce solare, in un contesto di astri luminosi risplendenti che sottolineano l’opera del Creatore. “Poi un grande segno apparve nel cielo: una donna rivestita del sole, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul capo.
Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Apocalisse 12:1-2
Questa donna rappresenta il popolo di Dio nell’attesa messianica.

Per quale motivo questa donna non potrebbe assolutamente rappresentare la Madonna? La ragione più evidente viene rivelata dal versetto 17 in cui si legge: “Allora il dragone s'infuriò contro la donna e andò a far guerra a quelli che restano della discendenza di lei che osservano i comandamenti di Dio e custodiscono la testimonianza di Gesù.” Apocalisse 12:17
Se la discendenza della “Madonna” osserva tutti i dieci comandamenti di Dio e custodisce la testimonianza di Cristo (obbedienza solo a Dio), evidentemente non può rappresentare la sua discendenza, in quanto Maria Vergine è simbolo di una chiesa che non osserva tutti i dieci comandamenti e tantomeno possiede la fede di Gesù, poiché ha tolto dai dieci comandamenti originali il secondo che proibisce di adorare le statue e di rendere un culto idolatrico; e ancora ha tolto dal decalogo il quarto comandamento che ordina l’osservanza del Sabato biblico sostituendolo con la domenica, una festività di origine pagana. E cosa ancora gravissima insegna ad aver fede in madonne, santi e papi…

Il fatto che Satana fa guerra a questo rimanente irriducibile, dimostra che non vi è nessuna relazione tra l’idea cattolica della Madonna e le Sacre Scritture.

L’evidenza mostra che la religione della Bibbia non va giudicata con idee campate in aria e confuse, ma con argomentazioni chiare e oneste. Non bisogna confondere e mettere sullo stesso piano un ragionamento che brilla di chiarezza con uno che manca di prova certa. Per questo la chiarezza illumina alcuni e la confusione oscura altri.

Torna all'indice